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Veganuary: challenge o consapevolezza?

Credits: Credits: stop eating animals - simon su Unsplash

di Anja Aleksi

Cosa si intende con Veganuary? 


Veganuary nasce circa 10 anni fa nel Regno Unito, diventando subito un movimento di grandezza globale con l’obiettivo di incentivare le persone a dare una possibilità ad una dieta vegana e più sostenibile, senza perciò mangiare prodotti di origine animale. Questa campagna offre consigli, ricette e sconti dedicati a tutti coloro che intendono parteciparvi ufficialmente (iscrivendosi con la propria mail). 

Il vero punto vincente di questo movimento sta però nella sua durata: 31 giorni. Trentuno giorni nei quali giornalmente ti vengono suggeriti modi per non mangiare prodotti animali, trentuno giorni nei quali puoi sperimentare le difficoltà, che in fin dei conti non sono nemmeno troppe, di seguire una dieta vegana. 


Dopo i trentuno giorni però cosa succede?


Questa campagna viene percepita semplicemente come una challenge da chi vi partecipa o come un effettivo mese di prova da cui partire per cambiare piano piano le proprie abitudini alimentari (e non)? 

Una risposta definitiva a queste domande ancora non c’è, soprattutto in campo italiano. Sebbene infatti negli ultimi anni la percentuale di vegetariani e vegani sia in crescita in tutto il mondo, e sicuramente il Veganuary ha fatto la sua parte in questo, i pochi dati che ci sono dimostrano come i prodotti vegani siano più venduti durante il mese di gennaio per subire poi un calo durante i mesi successivi. Questo ovviamente non implica il fatto che l’iniziativa promossa dalla non-profit sia inutile, anzi è probabilmente uno dei modi più efficaci per avvicinare le persone al mondo veg in una società guidata dai trend e dagli hashtag. Resta però aperto il quesito sull’effettiva efficacia a lungo termine che questa campagna riesce ad avere sugli individui. 



                                     Immagine di Juno Jo, Unsplash
Immagine di Juno Jo, Unsplash

Perché continuare dopo il mese di “prova” 


Perché quindi avrebbe senso continuare con una dieta vegana, o almeno vegetariana, anche nei mesi successivi? In questo senso si può parlare di due categorie di benefici che porta una dieta vegana: quelli individuali e quelli ambientali e, di conseguenza, collettivi. 

Per quanto riguarda il benessere personale diversi studi, riportati dall’OMS nel suo report “Plant-based diets and their impact on health, sustainability and the environment: a review of the evidence” risalente al 2021, dimostrano come una dieta plant- based bilanciata possa aiutare nella prevenzione delle cosiddette NCDs, Malattie non Trasmissibili, come il diabete, le cardiopatie o i tumori. In particolare, il report sottolinea come ci sia un collegamento tra la frequente consumazione di carne processata e di carne rossa non processata con lo sviluppo di tumore intestinale.

 

In linea generale viene però sottolineato come una dieta vegana o vegetariana, siano preferibili a quelle a base di carne per una maggiore aspettativa di vita. 

Passando invece ai benefici ambientali e della collettività, qui i dati sono chiari: una dieta plant- based è essenziale in una situazione climatica come la nostra. Se infatti non ci si vuole soffermare sulla brutalità con la quale operano gli allevamenti intensivi (e non solo per la produzione di carne ma per tutti  i prodotti di origine animale) si possono confrontare i dati che dimostrano come essi impieghino la maggior parte dei terreni agricoli per la produzione di mangiami animali, così come sono tra le maggiori industrie nella produzione di CO2, metano e polveri sottili. E ancora, sono tra i maggiori consumatori di acqua, per produrre un solo chilo di carne bovina vengono infatti utilizzati 15.400 litri di acqua. 


Falsi miti 

Tutti questi dati, e moltissimi altri ancora, non bastano però alla maggior parte della popolazione. Sono tantissimi, infatti, che si appoggiano sui cosiddetti “falsi miti” delle diete plant based per non passare ad una dieta più sostenibile. 

Tra questi i maggiori li conosciamo tutti, mancanza di proteine, costo eccessivo e impatto sull’ambiente.

 

Per quanto riguarda il primo punto, è da anni ormai che la grande varietà delle proteine vegetali permette alle persone plant based di assumere il giusto quantitativo di proteine giornaliero. Dai legumi al tofu, dal seitan alla frutta secca e le tantissime altre che oggi il mercato alimentare ci offre, anche chi necessita di raggiungere un maggiore quantitativo proteico rispetto alla media può riuscirci in tutta tranquillità senza fare uso di prodotti di origine animale. 

Sempre in relazione al mercato alimentare in molti non passano ad una dieta veg per il suo costo. Questo mito potrebbe anche sembrare sensato nel momento in cui si crede che coloro che non mangiano prodotti animali mangino invece le loro copie plant based che sicuramente costano almeno tanto quanto (se non ad un prezzo maggiorato) la versione non veg. Basta una sola conversazione con una persona vegana per capire però che così non è, non solo per il costo ma per i valori nutrizionale che non sono dei migliori per quanto riguarda la maggior parte delle versioni plant based di formaggi o carni varie; proprio per questo motivo questi cibi non vengono consumati eccessivamente da una persona con una dieta a base vegetale, preferendo invece legumi o proteine vegetali, smontando così il falso mito dell’elevato costo. 


Infine, ciò che i tanti contrari alle diete vegetali rinfacciano a chi le sceglie è la loro falsa premura verso l’ambiente. È credenza comune, infatti, che la produzione della maggior parte dei cibi consumati dai vegani inquini estremamente di più proprio per la maggiore necessità di verdure o legumi come la soia, incolpando quindi le diete vegetali come le maggiori cause della deforestazione. Sono davvero tanti gli studi ormai che dimostrano però come questo mito sei falsissimo. La maggior parte dei campi che vengono a creati a discapito di tantissime foreste in tutto il mondo vengono infatti usati per coltivare quelli che saranno poi i mangimi degli animali, spesso se non sempre, allevati in allevamenti intensivi.                                                     


In conclusione


I dati e le informazioni riportate in questo articolo vogliono sottolineare quanto iniziative come il Veganuary, per quanto importanti e di impatto mediatico, forse non sono più abbastanza nella società occidentale del 2026. È il caso quindi che ognuna di noi si informi e si educhi su temi come l’alimentazione, l’ambiente e lo sfruttamento di vite e di risorse. 


Fonti:

Veganuary essere animali


Agenzia di stampa Agen food


World health organisation


Drivers of Deforestation

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Le opinioni riportate negli articoli di questo blog non riflettono necessariamente le posizioni ufficali dell’UNICEF ma sono espressione libera dei e delle giovani Bloggers

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