L’Italia che ci ha lasciato indietro: l’ansia e la precarietà della generazione Covid
- emmabiolchini19

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Di Emma Biolchini - 17 anni
Qualche giorno fa una mia cara amica, che ha recentemente compiuto vent’anni e frequenta il secondo anno di università, con aria preoccupata mi ha detto: “Da quando sono piccola, ho due sogni: diventare una maestra e scrivere romanzi. Ma adesso mi sembra di non avere più alcuna speranza verso il futuro, e ogni desiderio di realizzarmi in Italia mi sembra vano”.
Da dopo la pandemia nel 2020 la cosiddetta ‘generazione Covid’ ha iniziato a soffrire di ansia, attacchi di panico e ad avvertire un forte senso di precarietà nei confronti del futuro, sempre più incerto a causa anche della situazione politica internazionale odierna. Questi sintomi, 6 anni dopo, non sono più evitabili né ignorabili, e ci obbligano a riflettere sulle conseguenze che la pandemia ha recato ai più giovani.
Il malessere psicologico tra i giovani è in forte crescita, un trend già evidente nel 2019 e drasticamente amplificato dalla pandemia. A confermarlo è un'ampia metanalisi del 2022 pubblicata su Jama Pediatrics: su oltre 80 mila ragazzi coinvolti in 29 studi, uno su quattro mostra sintomi clinici di depressione e uno su cinque soffre d'ansia. Una fotografia che trova riscontro anche in Italia: secondo un'indagine di Laboratorio Adolescenza su oltre 5.000 ragazzi, la maggior parte evidenzia un aumento di condizioni di disagio legate all’ansia, mentre più del 40% dichiara di soffrire di crisi d'ansia acute, con una netta sensazione di soffocamento.
Ma focalizzarsi solo sui dati, così come dare l’intera colpa al Covid è controproducente in questa analisi: vari fattori hanno contribuito infatti all’aumento dell’ansia negli ultimi dieci anni, fra cui aspettative elevate, un modello sociale sempre più competitivo e pressante, un futuro che appare incerto e precario.
Il Covid è stato poi un potenziatore di queste sensazioni: relazioni sociali interrotte, lezioni scolastiche mancanti, ansia sulla propria salute e quella dei propri cari, così come sulle condizioni economiche familiari, uso spropositato dei social in quanto unica finestra sul mondo, senso di solitudine e di vacuità della vita. E oggi, chi nel 2020 aveva 14 anni e iniziava le scuole superiori, si trova nel pieno di un percorso universitario, senza però avere alcuna certezza sulla vita e sulla propria carriera, in compagnia solo di un profondo senso di solitudine.
Se il Covid ci ha insegnato qualcosa, è che da un giorno all’altro tutto può cambiare. Nel 2020 forse non avevamo compreso bene la portata mentale ed emotiva di ciò che stavamo attraversando, e ad oggi, con le condizioni precarie che viviamo in tutti gli altri ambiti della vita, paghiamo le conseguenze del periodo più buio delle nostre esistenze.
A ciò si sommano le difficili condizioni dei giovani in Italia: le politiche italiane non sono fatte su misura di giovane, e sempre più ragazze e ragazzi decidono di emigrare all’estero per un lavoro o una paga dignitosa: negli ultimi 10 anni, circa 97.000 laureati hanno lasciato il Paese in cerca di un lavoro, e solo nel 2024 78.000 giovani under 35 sono espatriati.
Provo vergogna a scrivere che a 18 anni, tra qualche mese, dopo il diploma, lascerò la mia amata terra, la Sardegna, come tanti, per spostarmi al Nord e iniziare un percorso universitario e poi lavorativo, perché riconosco che si tratta dell’unico modo per non essere lasciata indietro da politiche che non tengono in considerazione il mio futuro.
Ma questa fuga di cervelli è un problema altamente ignorato dalla nostra società, che paga poi le conseguenze di non avere giovani competenti e qualificati per poter essere assunti nel mondo del lavoro italiano.
Secondo dati ISTAT, il precariato in Italia è in aumento, e coloro che vivono in una condizione di instabilità professionale prolungata e non voluta sfiorano i 2,5 milioni, con un’alta incidenza specialmente tra i giovani (40% sotto i 35 anni). Davanti a questa situazione, non è facile coltivare ancora sogni. La favoletta del voler creare un mondo migliore ci si sgretola davanti agli occhi e ci lascia disillusi.
E agli adulti che ci dicono che non abbiamo voglia di lavorare, che non studiamo abbastanza, che dobbiamo rimanere in Italia per lavorare, cosa dobbiamo dire? Come spieghiamo che non vogliamo né possiamo accettare questa condizione di instabilità perenne? Come spieghiamo che l’Italia ci ha lasciato indietro?
Questo articolo non mira a dare soluzioni o consigli, perché non abbiamo risposte: è invece il grido di aiuto di una generazione a cui nessuno riesce a tendere la mano per potersi rialzare.
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