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Gaza dopo Gaza


Credits: Wix Media

di Giorgia Rossi

La storia ci piace ordinarla per cesure. Abbiamo bisogno di date che dividano il tempo in un prima e un dopo: ci aiuta a tener traccia di chi siamo e la distanza da chi siamo stati. Tra i due sostantivi resta però un non detto. Un evento non sacrificabile nello spazio concesso tra le lettere. Dopo la ‘a’, tutto ciò di cui siamo stati capaci, prima della ‘e’ tutto ciò che ci ha segnati. 


A più di due anni dall’inizio dell’ultima guerra tra Israele e Palestina, siamo portati a pensare che esista un prima Gaza e un dopo Gaza. Il 7 ottobre 2023 è diventato la frattura simbolica con cui si fa cominciare il conflitto più violento degli ultimi decenni. Ma se vogliamo capire cosa significhi davvero “dopo”, dobbiamo spostare lo sguardo su un’altra data: l’8 ottobre 2025, giorno in cui è stato firmato il cessate il fuoco tra Israele e Palestina.


Le promesse di pace

Al momento dell’accordo, l’offensiva israeliana sulla Striscia aveva già causato più di 67 mila morti, di cui 18.400 bambini, e 167 mila feriti. L’equivalente di un nuovo ‘7 ottobre’ ogni due settimane. Il patto, mediato dagli Stati Uniti, avrebbe dovuto troncare l’ecatombe e aprire una speranza di pace per il popolo palestinese, stretto in un lembo di terra ormai sfigurato. Eppure i patti sono spesso asimmetrici e la firma del cessate il fuoco ha tolto Gaza dalle prime pagine, non dal conflitto. 


Secondo i dati forniti dall’ufficio stampa governativo di Gaza, nei tre mesi successivi alla firma del cessate il fuoco sarebbero stati almeno 1620 gli attacchi israeliani sulla Striscia. Durante queste violazioni, l’esercito israeliano avrebbe sparato sui civili 560 volte, bombardato Gaza 749 volte, demolito proprietà private in 232 occasioni e fatto irruzioni in zone oltre la ‘linea gialla’ (confine temporaneo dietro cui Israele dovrebbe ritirarsi) 79 volte. 


Anche l’ingresso di aiuti umanitari sarebbe stato ostacolato, così come sarebbero state distrutte case e infrastrutture su tutto il territorio palestinese. A più di tre mesi dalla firma del cessate il fuoco, infatti, non solo non è stata messa in pratica la seconda fase dell’accordo - ossia il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia- ma le forze militari starebbero allargando la propria zona di controllo su Gaza, uccidendo chiunque si avvicini ad una linea di demarcazione sempre più arbitraria. Così, come sembra cambiare il perimetro tracciato dalla ‘linea gialla’, anche le dinamiche e le coordinate dell’oppressione si fanno meno visibili, ma più diffuse. Lo dimostra quanto successo solo due mesi fa a Gerusalemme Est, mentre Israele obbligava più di un centinaio di palestinesi ad abbandonare e distruggere le proprie case, nel quartiere di Silwan. Un’area in cui il re Davide avrebbe vissuto e ad oggi destinata a diventare un parco archeologico. 


Anche sul piano umanitario, la situazione resta critica. Secondo le testimonianze dei medici di Emergency operanti nella Striscia, solo 18 dei 36 ospedali di Gaza rimarrebbero parzialmente in attività. Inoltre, resta severamente limitato l’ingresso di materiali medici, così come l’apertura di corridoi umanitari che permettano ai gazawi di evacuare verso un posto sicuro. Al momento sono le ONG a sostenere circa il 60% della sanità a Gaza, mentre le istituzioni internazionali si riorganizzano tra molte incertezze. Domenica 15 febbraio, con un post su Truth, il presidente Trump ha promesso di destinare a Gaza più di 5 miliardi di dollari in ricostruzioni e aiuti umanitari, tramite il Board of Peace. Resta tuttavia da chiarire come verranno gestiti questi fondi e la selezione dei membri del Board lascia non pochi dubbi sulle intenzioni filantropiche, e non economiche, del progetto.


Soglia dell’attenzione

Questi dati disorientano. Non sono diffusi, minano la credibilità degli accordi internazionali e raccontano un conflitto che non coincide con la parola “tregua”. Eppure, il rischio reale è un altro: normalizzare. Derubricare ciò che accade a Gaza come una delle tante ‘tappe’ della storia. 


Alla firma del cessate il fuoco, oltre a disorganizzate forme di dissenso, la reazione collettiva è stata simile ad un sospiro di sollievo. Forse necessario. L’idea di distogliere lo sguardo da tanta violenza ci ha consolato tutti. I numeri delle vittime registrate dopo il 10 ottobre, se confrontati con quelli delle settimane precedenti, sono apparsi più contenuti, quasi rassicuranti. Non è che l’effetto dell’assuefazione. Dopo una violenza così monumentale, anche l’orrore cambia scala. E ciò che ieri sarebbe stato intollerabile oggi rischia di apparire sopportabile. 


L’appello a cui siamo chiamati oggi è quello di non distogliere lo sguardo. Di compiere un atto di resistenza e coraggio collettivo, finché non arriveremo a parlare di una pace giusta, non di compromessi. All’inizio del conflitto sui social divenne virale un’immagine, prodotta con l’intelligenza artificiale. Recita “All eyes on Gaza”. L’eco di quella foto è stato lo stesso di un orrore diffuso, a cui come umanità, sentivamo di partecipare. Ad oggi le stesse forme di violenza a Gaza persistono, richiamandoci ad un dovere: continuare a coltivare l’indignazione.





Bibliografia












“Israele, Palestina: la verità di un conflitto”, di Alain Gresh, ET Saggi



Le opinioni riportate negli articoli di questo blog non riflettono necessariamente le posizioni ufficiali dell’UNICEF ma sono espressione libera dei e delle giovani Bloggers

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