Ecocidio: gli effetti ambientali della guerra
- Giorgia Rossi

- 21 ore fa
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di Giorgia Rossi
La guerra presuppone distruzione. È il suo obiettivo ultimo, raccontato con formule più o meno esplicite. Eppure tendiamo a suddividere gli effetti dei conflitti in due categorie: quelli attesi e quelli secondari, in qualche modo imprevisti. Così la distruzione di un edificio è una conseguenza diretta, ma la sua ricostruzione, con i costi ambientali ed economici annessi, è indiretta. Meno rilevante. Per questo spesso ci limitiamo a raccontare della guerra solo i suoi effetti visibili.
Allo stesso modo, la guerra è un potente catalizzatore dell’attenzione. La sua estetica non lascia scampo: cattura sguardo e mente. I suoi effetti sono immediati e ad ampio raggio, soprattutto in un’economia globalizzata come quella contemporanea. Parlarne assume quindi sempre il carattere dell’urgenza, della necessarietà. Del presente.
Se messi in relazione, queste proprietà, tipiche di ogni conflitto armato, rivelano come e perché la guerra si leghi a doppio filo con la crisi ambientale: non solo la prima aggrava la seconda, ma spesso la invisibilizza.
Questione di tempo
Secondo l'ultimo studio sugli indicatori del cambiamento climatico globale, pubblicato sulla rivista Earth System Science Data, a separare l’umanità da un aumento della temperatura di 1,5 gradi (limite previsto dagli accordi di Parigi) sarebbero 130 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Un numero, conosciuto anche come ‘carbon budget’, che acquista il proprio valore soprattutto se convertito in tempo: ai livelli attuali di emissioni, resterebbero due anni prima di esaurirlo.
A rendere possibili certe stime è un ampio bacino di dati, tutti riguardanti le principali fonti di emissione di gas serra: dall’industria allo sfruttamento del suolo. Dati collezionati ogni anno da tutti i paesi del mondo e consegnati alla UNFCCC (UN Framework Convention on Climate Change) sotto forma di inventari nazionali.
Eppure le emissioni militari risultano spesso assenti da queste rendicontazioni, causando una lacuna significativa nelle informazioni che orientano le politiche climatiche internazionali. Tra tutti, i paesi con le spese militari più elevate- USA, Cina e Russia - sono proprio i principali a non comunicare, o a farlo in modo parziale, le proprie emissioni. In parte perché la loro rendicontazione non è obbligatoria, in parte perché la trasparenza non sempre conviene. Secondo le stime del Conflict and environment observatory, le forze armate sarebbero responsabili del 5,5% delle emissioni globali. Se questa cifra venisse attribuita ad una nazione, ad oggi le ‘forze militari’ sarebbero il quarto paese più inquinante al mondo.
A rendere ancora più urgente lo studio degli effetti ambientali dei conflitti contribuisce il clima geopolitico degli ultimi anni, segnato da un aumento generalizzato della spesa militare, dove ai pubblici investimenti sulle energie rinnovabili corrispondono spese ancor più elevate nel settore bellico. Basti pensare che, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina e alle minacce di Donald Trump di abbandonare gli alleati storici, la NATO si è impegnata a portare la spesa militare dei paesi membri al 3,5% del PIL. Un obiettivo che, se raggiunto, immetterà nell'atmosfera 132 milioni di tonnellate di CO2 equivalente.
Ma non è necessario fare previsioni sul lungo termine per cogliere l’entità del problema. Basta guardare alla storia recente.
Le guerre contemporanee
Secondo il rapporto Climate damage caused by Russia’s war in Ukraine, nei primi diciotto mesi del conflitto iniziato nel 2022 sono state emesse circa 150 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. L’equivalente di CO2 emessa in un anno da un paese industrializzato come il Belgio. Stime ancor più recenti indicano che, dopo quattro anni di conflitto, le emissioni di CO2 avrebbero superato le 311 milioni di tonnellate, una cifra paragonabile alle emissioni annuali dell'intera Francia. Ad incidere su queste previsioni non sono solo le cause dirette, come l’alto consumo di carburante o l’uso di munizioni durante le operazioni militari, ma anche un'ampia gamma di effetti indiretti: dagli incendi boschivi alle ricostruzione del tessuto urbano.
Sono gli stessi effetti che stanno determinando l’impatto ambientale della guerra a Gaza. Si stima che la sola ricostruzione della Striscia potrebbe generare l’emissione di circa 32 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalenti, da addizionare ai gas emessi nei soli primi 120 giorni del conflitto: tra le 420.265 e 652.552 tonnellate, secondo i ricercatori inglesi Benjamin Neimark e Frederick Otu-Larbi.
Similmente, il recente conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha prodotto in poco più di 14 giorni - dal 28 febbraio al 14 marzo 2026- circa 5,6 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Anche in questo caso le cause sono plurime, ma la distruzione di case, scuole e altre infrastrutture risulta la principale fonte d’inquinamento, seguita dai bombardamenti contro impianti di stoccaggio del petrolio, raffinerie e petroliere in tutta la regione del Golfo.
Se emissioni di questo ordine di grandezza proseguissero per un anno allo stesso ritmo, sarebbero paragonabili alle emissioni complessive degli 84 paesi meno inquinanti del pianeta.
Cosa resta
La tragedia ecologica non è una conseguenza secondaria dei conflitti, ma un effetto volontario. Una sfida lanciata alla dignità umana e all’equilibrio della biosfera. Così la guerra investe tutte le dimensioni temporali: è presente, ma rende inevitabile chiedere cosa abbiamo perso e cosa resti delle aspettative per quello che verrà.
Di fronte a questa realtà la lingua cerca nuove parole. Per questo oggi si parla sempre più spesso di ecocidio: un reato che indica il compimento di una serie di atti illegali, nonché consapevoli, con un’elevata probabilità di causare danni gravi e duraturi all’ambiente.
Ma l’ecocidio, oltre che descrivere la realtà, serve ad individuare le responsabilità. Ed è proprio mentre queste responsabilità emergono che, parallelamente, continuano a crescere gli investimenti nelle energie rinno
vabili, la pressione della società civile e il lavoro della comunità scientifica.
Occorre dunque ripartire da qui, dall’unione di tutto ciò e di tutto coloro che iniziano a riconoscere colpe e colpevoli. Dall’iniziare a chiamare le cose con il proprio nome e, in assenza di parole, trovarne di nuove.



