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Vietare o educare? I social media: tra rischi e il bisogno di connessione

di Emanuele Manfredo Fioravanzo

Al giorno d’oggi si sente spesso parlare di come proteggere le bambine, i bambini e gli adolescenti dai rischi legati all’utilizzo dei social media. Il mondo digitale è ormai penetrato nelle nostre vite, non solo in quelle dei più giovani, ma anche in quelle delle generazioni precedenti e dei cosiddetti Boomer. Attraverso queste reti di condivisione, noi utenti possiamo creare una nostra identità virtuale e interagire con persone che hanno interessi simili. Tuttavia, emergono nuove preoccupazioni e sfide da affrontare per rendere questo spazio più sicuro.


Ho deciso di approfondire questo tema perché lo ritengo estremamente importante per la mia generazione: è necessario riflettere sulle strategie per salvaguardare i nostri diritti, senza cadere nella trappola delle soluzioni facili.


Oltre il bullismo: la trappola della competizione e della FOMO 

L'adolescenza è un periodo di mutazione e cambiamenti. In passato ho osservato con preoccupazione fenomeni estremi come la Blue Whale Challenge o il cyberbullismo, che secondo i dati degli Stati Generali dell’Educazione e della Prevenzione 2025 colpisce quasi 1 studente su 3 (32%).


Ma c'è un rischio più sottile: sui social vedo spesso sfide e trend che sprofondano nell'eccesso immotivato, nell'arroganza e nel bisogno costante di mostrare che il proprio fisico o le proprie competenze siano migliori di quelle degli altri.


Social  Media Bambini
© Foto di hessam nabavi su Unsplash

Questo meccanismo alimenta la FOMO (Fear of Missing Out, la paura di essere tagliati fuori) e spinge molti giovani a replicare modelli irraggiungibili per imitazione. Si cercano vantaggi immediati al minor costo possibile, in una corsa alla dopamina (i "mi piace") che rischia di svuotarci e di alimentare tutto ciò che nella realtà fatica a esistere.


Il divieto dei social media è davvero la soluzione? 

Di fronte a questi pericoli, alcuni governi (come in Australia, notizia riportata da Agenda Digitale) stanno valutando di vietare i social ai minori. Leggendo la testimonianza di un ragazzo di 16 anni di Adelaide, ho trovato una verità che spesso sfugge agli adulti:


Qui tutti si affidano ai social media per fare e mantenere letteralmente amicizie... Il divieto non tiene conto di TUTTI i giovani australiani.

Penso che questa frase sia simbolica di come non sia sufficiente un divieto generalizzato per tentare di arginare un problema sociale che è molto più ampio di quanto possa sembrare. Per molti ragazzi e ragazze i social media rappresentano un modo di esprimere i propri pensieri, emozioni, idee e riflessioni. Il divieto, per me, non può sostituire la tutela della salute mentale e psicologica dei minori e dei giovani, che affrontano ogni giorno problemi come solitudine, paura, isolamento e pregiudizi.


Giovani utilizzano Social Media
©Foto di Karola G su Pexels

Questa riflessione evidenzia come non si possa agire solo limitando o togliendo completamente questa forma relazionale. Il rischio è quello di alimentare l'odio e il risentimento verso le istituzioni, isolando chi usa la rete come rifugio sicuro. Inoltre, i dati di Altroconsumo ci ricordano che le differenze sociali pesano: i ragazzi che vivono in famiglie meno agiate passano più tempo davanti agli schermi spesso perché mancano alternative nel mondo reale. Il divieto non risolve il vuoto, lo accentua.


Essere connessi o sentirsi connessi?

Scrivendo questo articolo ho riflettuto su cosa possa significare essere connessi con qualcuno. Con il progresso tecnologico sempre più veloce e impattante, la connessione può assumere il significato di "essere attivi in rete e online". Il sociologo Zygmunt Bauman ha ipotizzato e previsto una società liquida basata su una natura mutevole, instabile e fluida delle relazioni sociali, economiche e culturali in un mondo globalizzato. La società liquida è segnata dall’incertezza, dalla volatilità e da un individualismo crescente. La società liquida ci riguarda ancora oggi perché le sue dinamiche, come l’instabilità delle relazioni personali o la crescente digitalizzazione, continuano a definire il nostro modo di vivere.

Uno degli aspetti più evidenti della società liquida è la fragilità delle relazioni umane, che tendono a essere meno durature e più strumentali rispetto al passato. Secondo Bauman, questo fenomeno deriva da diverse dinamiche sociali, una delle quali è la cultura della “connessione”.

I social media hanno sostituito in parte le interazioni reali, rendendo i legami più veloci da stabilire ma anche più facili da rompere.


Una “connessione” digitale può essere cancellata con un semplice clic. Per questo motivo credo nel superamento della concezione della connessione relazionale in termini digitali e penso che ci si sente connessi con qualcuno non solamente quando condividiamo un post, mettiamo un mi piace o menzioniamo un nostro amico ma quando riusciamo a condividere esperienze ed idee, vivendo momenti autentici e profondi di auto-riflessione.


Non demonizzare, ma creare un'Alleanza Educativa 

Non serve colpevolizzare l'utilizzo dei social da parte dei giovani. Demonizzare questi strumenti è inutile quanto dannoso. Ciò che serve è accompagnare i ragazzi in un percorso di crescita e di utilizzo più consapevole e genuino.


Come suggerisce l'UNICEF, la strada maestra è quella di un'Alleanza Educativa Nazionale. Non possiamo essere lasciati soli, ma nemmeno rinchiusi in una gabbia digitale. Ho cercato di comprendere quali soluzioni e proposte potrebbero essere sviluppate per l'educazione alla cittadinanza digitale. Tra queste penso che siano di notevole importanza:


  • Educare alla consapevolezza, non alla paura, aiutandoci a gestire il tempo e le emozioni online;

  • Fornire competenze critiche per distinguere la realtà dalla finzione ostentata sui social e difendere la nostra privacy;

  • Coinvolgere gli studenti come soggetti attivi: vogliamo essere parte della soluzione, non il problema da arginare.


Solo offrendo strumenti culturali, e non solo barriere digitali, potremo trasformare la rete da un luogo di competizione a uno spazio di vera opportunità e condivisione.

 

FONTI


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Logo di U-report on the Move
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Le opinioni riportate negli articoli di questo blog non riflettono necessariamente le posizioni ufficali dell’UNICEF ma sono espressione libera dei e delle giovani Bloggers

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