top of page

Venezuela 2026: La rivoluzione non sarà trasmessa in TV, ma sarà un meme su TikTok

Illustrazione di Samuele Rigano
di Martina Matarazzo

Il 3 gennaio 2026 non è stato solo un giorno. Nel cuore della notte, gli Stati Uniti hanno lanciato l’operazione “Absolute Resolve”: un intervento militare mirato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores. Caracas è stata bombardata mentre gran parte della popolazione cercava di capire cosa stesse accadendo. Nel giro di poche ore, Maduro è stato trasferito negli Stati Uniti con l’accusa di narcoterrorismo e traffico di droga.


La Casa Bianca ha parlato di “azione di polizia”.

Le Nazioni Unite hanno parlato di violazione del diritto internazionale.


Secondo Clark Neily del Cato Institute, la distinzione potrebbe reggere sul piano del diritto statunitense, almeno per quanto riguarda la possibilità di processare Maduro negli USA. Ma sul piano internazionale la questione è diversa. L’articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale di uno Stato sovrano. La risoluzione 3314 definisce aggressione l’invasione, il bombardamento e l’attacco armato contro un altro Stato. L’operazione del 3 gennaio sembra rientrare esattamente in queste fattispecie.


Il punto non è solo Maduro.

Il punto è il precedente.


Secondo l’analisi fatta da Chatham House l’operazione ha scatenati un’intensa reazione internazionale che ha messo in discussione i limiti del diritto internazionale, la sovranità statale e l’equilibrio geopolitico.


Chatham House creato dal Royal Institute of International Affairs a Londra nel 1927, diventato standard globale, serve a dare delle vere e proprie regole che convenzionalmente disciplinano la confidenzialità. Questo è un principio di riservatezza utilizzato in incontri e conferenze per incoraggiare un dialogo aperto e libero. Un esempio di come funziona all’interno di una riunione, si può riferire cosa è stato detto, ma non chi lo ha detto - insomma un po’ una sorta di “Ambasciator non porta pena” o “ si dice il peccato non il peccatore”, sembra che questo sia un metodo molto apprezzato e soddisfacente nel quadro internazionale, d’altronde si sa, i proverbi non sbagliano mai.


Tra le reazioni più critiche emergono quelle di Russia e Cina, due partner storici del Venezuela. Russia e Cina hanno definito l’operazione un atto di aggressione armata. Colombia, Brasile e Messico hanno parlato di violazione della sovranità regionale. Argentina, Ecuador e Perù hanno invece sostenuto l’idea di una transizione democratica.


L’Unione Europea si è mossa su un terreno più scivoloso: condanna dell’uso della forza, ma apertura alla necessità di un cambiamento politico in Venezuela. Fratture interne, prudenza diplomatica, equilibrio instabile.


E poi c’è la voce di chi è partito.

E.B., emigrato da 25 anni, racconta un’altra prospettiva: per lui l’intervento è un passo necessario dopo anni di dittatura e silenzio internazionale. Secondo lui, chi difende Maduro spesso non è venezuelano.


Ho scelto di riportare una testimonianza proveniente da un uomo che vive nel mio stesso territorio, per capire cosa pensano le persone interessate che mi circondano.


Personalmente vedo questo intervento come una cosa positiva. Ci si deve rendere conto che per fortuna c’è qualcuno che ha fatto un passo avanti, anche perché in molti riconoscono da tempo che c’è una dittatura illegittima, ma continuano a usare solo parole, mentre il paese è già invaso da più di quindici anni, da quando ci furono i primi ingressi di forze militari di paesi che appoggiavano Chavez (Cina e Russia, n.d.r), ma lì nessuno ha mai detto niente”.

Ha ben chiaro ciò che vogliono i venezuelani, soprattutto coloro che come lui hanno potuto fare un confronto tra dittatura e mondo libero: “I giovani fanno fatica perché sono cresciuti lì e conoscono solo quel sistema, quindi probabilmente non sanno dare una risposta concreta a questi fatti. Tutti i venezuelani che conosco sperano che ci sia un cambiamento. Le persone che pensano a difendere i diritti di persone come Maduro sono stranieri. E’ assurdo. Se sei venezuelano e hai seguito tutta questa cosa lo sai, sono tutti stufi di vivere in quella situazione”.


È una lettura emotiva, certo, ma potente.


E qui emerge la domanda più scomoda: l’operazione è stata davvero un’azione contro il narcotraffico?

Oppure il vero nodo sono le risorse naturali, in particolare il petrolio?


Il Venezuela è uno dei Paesi più ricchi di riserve energetiche al mondo. Il Venezuela detiene attualmente una delle più grandi riserve di petrolio al mondo — circa 303 miliardi di barili, equivalenti a quasi il 17–19% delle riserve globali — superando persino paesi come l’Arabia Saudita in termini di greggio “proven” nel sottosuolo.  A prima vista, sembra una ricchezza enorme. Ma la realtà è ben diversa: gran parte di quel petrolio è grezzo pesante o extra-pesante, denso, difficile da estrarre e costoso da processare. La sua qualità richiede impianti raffinati specializzati, tecnologie costose e grandi investimenti per renderlo commerciabile su larga scala.

E qui si apre il primo nodo di lettura geopolitica. La Casa Bianca, già nel giorno dell’operazione, ha collegato l’intervento alla necessità di ricostruire l’industria petrolifera venezuelana e di consentire agli Stati Uniti e alle proprie compagnie di investire massicciamente nel settore. Trump ha ribadito che le aziende statunitensi sarebbero entrate in Venezuela con miliardi di dollari di investimenti e che gli Stati Uniti “avrebbero gestito” le riserve per un periodo, includendo la vendita del petrolio sul mercato globale.


A U.S. occupation "won't cost us a penny" because the United States would be reimbursed from the "money coming out of the ground," Trump said, referring to Venezuela's oil reserves, a subject he returned to repeatedly during Saturday's press conference.” riporta un articolo di Reuters.


Il controllo di risorse energetiche non è solo profitto diretto: è una leva geopolitica. Il petrolio venezuelano, se pur costoso da sviluppare, rappresenta per Washington una carta contro le ambizioni energetiche della Cina e della Russia e un simbolo di riposizionamento egemonico nel continente.


Ma mentre i governi discutono di legalità e geopolitica, i giovani fanno altro. Fanno meme.

Lo sappiamo bene, la satira c'è sempre stata come forma di critica politica e sociale, da quando Aristofane con la sua opera Nuvole (423 a. C.) beffeggiava Socrate ritraendolo come un sofista cialtrone. Questo approccio cavalca i millenni fino ad arrivare sulle prime pagine di Charlie Hebdo. Nel XXI secolo la satira trova una nuova dimensione nei meme: immagini, frasi e riferimenti culturali condivisi online. L’evoluzione sta nel fatto che se la satira classica aveva bisogno di autori riconosciuti e opere strutturate, i meme trasformano ogni utente in potenziale creatore, rendendo la satira un fenomeno partecipativo e globale.



L’umorismo, rappresenta la capacità intelligente e sottile, dell’essere umano, di individuare e ritrarre gli aspetti comici della realtà. Così su TikTok circolano filtri grotteschi su Trump. Video ironici, remix, canzoni modificate. La politica diventa parodia. Il trauma diventa contenuto condiviso.


Non è superficialità. È coping.

Il coping indica gli sforzi cognitivi e comportamentali di un individuo compiuti per padroneggiare, tollerare o ridurre le richieste e i conflitti interni o esterni che sono valutati come eccessivi per le risorse della persona. Questo cosa significa? Che dinanzi a una particolare evento che diventa stressante, utilizziamo tutte le strategie in nostro possesso per discostarci e superare la difficoltà, anche psicologica, che l’evento ci pone.

Questo è un po’ quello che vediamo verificarsi soprattutto al giorno d’oggi sui social attraverso i meme.

I giovani scherzano in modo paradossale su questioni molto importanti come la politica, i diritti, i conflitti internazionali.


Gli studi psicologici sull’umorismo spiegano che anche riuscire a  ridere di una situazione stressante è una strategia di difesa. Freud parlava di funzione liberatoria: lo scherzo permette di scaricare le tensioni aggressive represse. Altri modelli parlano di teoria della superiorità, dove eventi e situazioni diventano umoristi perché ci consentono di elevarci al di sopra degli altri e questo è il motivo per il quale ci sembra divertente vedere una persona che si dare arie scivolare. Infine abbiamo la teoria dell’assurdo per cui ci sono situazioni che diventano umoristiche quando si verificano imprevisti in circostanze conosciute e familiari.

In ogni caso, l’umorismo diventa uno strumento per gestire l’angoscia, sia come strategia di difesa che molto spesso, e forse inconsciamente, di attacco.


Il coping centrato sull’emozione funziona così: non posso controllare l’evento, ma posso controllare la mia reazione emotiva. Posso ridere. Posso condividere. Posso trasformare la paura in linguaggio comune. Infatti, un’altra funzione molto importante dell’umorismo è la condivisione: si ride in compagnia e spesso si ride con eventi che di per sé non hanno una connotazione umoristica, ma l’assumono perché si condivide la circostanza in cui si verificano con una terminologia comune che viene associata alla risata.

Sono tutti i meccanismi che il nostro cervello mette in atto per cercare di discostarci il più possibile da situazioni ed eventi che sono incomprensibili alla nostra mente in quanto ci percepiscono in una situazione di pericolo.


La rivoluzione del 2026 non è solo nei palazzi presidenziali o nelle aule dei tribunali internazionali.

È nei feed.

È negli algoritmi.

È nelle risate nervose di una generazione cresciuta dentro una crisi permanente.


La vera domanda è: cosa accadrà ora?

Chi controllerà le risorse?

Chi scriverà la transizione?


Fonti:










Le opinioni riportate negli articoli di questo blog non riflettono necessariamente le posizioni ufficiali dell’UNICEF ma sono espressione libera dei e delle giovani Bloggers

Logo di U-report on the Move
Logo dei Sustainable Development Goals
Logo di U-report on the Move
united-nations-childrens-fund-unicef-vector-logo_edited.png

Le opinioni riportate negli articoli di questo blog non riflettono necessariamente le posizioni ufficali dell’UNICEF ma sono espressione libera dei e delle giovani Bloggers

  • Instagram
  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
bottom of page