top of page

Lezioni sull’odio - Odiare è sbagliato e altre bugie

di Irene De Vita

<<Ammettiamolo, tutti proviamo odio. Non è vero che qualcuno è incapace di odio. Negare di provarlo equivale perciò a detenere un’arma senza dichiararne il possesso. […] È irresponsabilità. […] Non l’odio, […] ma la negazione dell’odio è causa di distruzione>>.  


Queste sono le parole che Michela Murgia, nel nuovo libro “Lezioni sull’odio” , pubblicato postumo da Einaudi a febbraio 2026, dice ai suoi studenti con il fine di insegnare e insegnarci che l’odio è umano e considerarlo tale è il primo passo verso la costruzione di una società civile e organizzata. 

Edito da Alessandro Giammei, figlio di Michela, l’opera è una raccolta di lezioni preparate su appunti dattiloscritti e pronunciate all’Università di Aristan nell’anno accademico 2011/2012.

Chi odia e lo ammette è comunemente considerato una brutta persona, di default. Che sia per una questione di rispetto dell’etica sociale o perché “pare brutto” (non è esteticamente accettabile), viene comunque etichettato come sentimento negativo e totalizzante, del quale chi ne è vittima deve vergognarsi e scegliere di non provarlo. Come se effettivamente fosse una scelta. 


Michela ci tiene subito a stabilire che no, l’odio non è fatto di gocce di pioggia che ci cadono in testa e ci accecano per caso, come se fosse un incantesimo al quale non si può sfuggire o qualcosa che non ci appartiene perché non vive dentro di noi. Lo ritiene infatti, oltre che un sentimento umano e del tutto valido e naturale, anche una questione di responsabilità. Chi odia e ammette di farlo quindi non è un mostro e nemmeno una vittima instabile di magia occulta. Questo, secondo l’autrice, è direttamente scaturito dal tabù dell’odio secondo il quale <<È stigmatizzato da ogni parte politica, da ogni orientamento culturale. […] Non è considerato meramente negativo, ma proprio disumano>> e lo è, per l’appunto, in tutto il mondo come sunto di coscienza sociale collettivo. 


La domanda sorge spontanea, perché? Murgia individua come causa di tutti i fenomeni la creazione e l’evoluzione del pregiudizio che l’odio sia di natura un sentimento distruttivo. Nonostante ciò è proprio questo il fulcro delle sue lezioni, tra spiegazioni di “frastimi” in sardo, ovvero maledizioni più o meno gentili e alternative semantiche per nascondere sentimenti ben più profondi del fastidio e l’irritazione, viene sottolineato prima di tutto il pregiudizio come fondamento di un odio che deresponsabilizza la persona e crea distruzione.

 

Deresponsabilizza nell’ordine in cui l’odio, mascherato in “antipatia”, “fastidio”, “irritazione”, rappresenta alternative con cui viene verbalmente dissimulato, che non dicono chi siamo noi, ma chi è l’altro in quanto non abbiamo nessuna difficoltà a riconoscere che un’altra persona è antipatica, fastidiosa e irritante. 

Va chiamato per quello che è e bisogna agire in suo nome perché solo così si può capire il suo peso ma anche la sua vera leggerezza, se responsabilmente lo si accoglie, lo si sfoga e poi lascia andare. 


Non ammettere di provarlo o deresponsabilizzarci dando colpa a fattori esterni, è la vera causa di distruzione in quanto <<è così che lasciamo spazio di manovra a chi, sapendo benissimo che tutti lo proviamo, negandolo coopta il nostro odio represso per i propri scopi. Chi si arroga il potere di dare un nome al nostro odio può farlo perché, terrorizzati dal tabù, siamo noi a concedergli di organizzarlo al posto nostro>>.  

Murgia era la prima ad odiare (nel corretto senso del termine) e ad ammetterlo. Perché più di chi ha paura di questo sentimento e involontariamente vive un'ignoranza ingiusta (in senso lato), bisogna concentrarsi su chi si tira indietro a priori e rinuncia a ciò che sono i diritti etici, morali e giuridici di ogni individuo. 

Perché oltre all'odio come sentimento quotidiano, l'autrice ha affrontato anche l'etica e il potere in relazione al tema. 

“Odio gli indifferenti”, disse Antonio Gramsci, citato nel libro. E lei come lui odiava gli indifferenti, <<come San Paolo invitava i Romani ad accumulare carboni ardenti sul capo dei loro nemici, così Michela Murgia odiava (e odia ancora) chi crede di vivere nel migliore dei mondi possibili>>.


Perché significa mentire a sé stessi o credere in ciò che chi è al potere ci vuole far credere, un mondo pulito, a posto, che non è costretto ad affrontare quella che è la realtà vera fatta di crisi, guerre e discriminazione. Si può vivere in un bel mondo, nel proprio bel mondo, Michela stessa lo credeva, fatto delle persone che ami e facendo le cose che ami, ma senza mai dimenticarsi della società in cui viviamo e senza mai tirarsi indietro nell'aiutare chi ci circonda. Perché credere di vivere ora in una società equa, aperta e soprattutto (emotivamente) intelligente è un’illusione che solo da un punto di vista privilegiato si può avere. 


L'Obiettivo di Sviluppo Sostenibile numero 16 mira proprio a questo, promuovere società pacifiche e inclusive, garantire l'accesso alla giustizia per tutti e costruire istituzioni responsabili ed efficaci. 

Prendere atto dei propri sentimenti, quindi, non diventa solo questione di consapevolezza, maturità e coscienza di sé ma atto politico. Odiare, o almeno farlo come Michela Murgia ci ha insegnato, può cambiare il mondo


FONTI:

Lezioni sull'odio - Michela Murgia (Einaudi, 2026)

Logo di U-report on the Move
Logo dei Sustainable Development Goals
Logo di U-report on the Move
united-nations-childrens-fund-unicef-vector-logo_edited.png

Le opinioni riportate negli articoli di questo blog non riflettono necessariamente le posizioni ufficiali dell’UNICEF ma sono espressione libera dei e delle giovani Bloggers

  • Instagram
  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
bottom of page