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L'unico indizio per sapere ciò che l'uomo può fare è sapere cosa ha fatto

di Irene Lobello

Credits: Irene Lobello


Norimberga (2025) di James Vanderbilt è uscito al cinema il 18 dicembre, ispirato dal romanzo Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai, con Russel Crowe protagonista indiscusso nei panni di Hermann Göring. 

Al di fuori di Stati Uniti e Canada, sia per la paternità del film sia per le dimensioni imparagonabili, l’Italia è il Paese in cui ha riscosso maggior successo (oltre7 milioni di incassi al 14/01/2025). 

È un film potente perché ci ricorda dove nasce la radice ultima del male: nell’uomo

Infatti, mostra e indaga i pensieri, gli affetti, il sarcasmo e le paure degli uomini che hanno programmato ed eseguito lo sterminio di milioni di vite umane, mentre aspettano la loro consapevole ed inesorabile condanna a morte (dei 24 imputati iniziali, 12 furono condannati alla pena capitale).

Ci inquieta perché analizza il lato umano dei famigerati gerarchi nazisti, che sfiora la nostra empatia, come succede anche allo psichiatra dell’esercito statunitense Douglas Kelley, incaricato di monitorarne lo stato mentale. 


Il film trasporta in immagini l’intuizione di Hannah Arendt durante il processo ad Eichmann a Gerusalemme, poi raccontata nel dibattuto La banalità del male (1963).                                       

L'analisi sulla natura “normale” degli autori dei peggiori crimini contro l’umanità e crimini di guerra serve a distinguere l’obbedienza dalla neutralità e a comprendere i risultati della rinuncia all’esercizio della coscienza, non per giustificarla, ma per condannarla con consapevolezza. 

A partire da questa convinzione, la strumentalizzazione politica intorno a questo tema è lampante (pensiamo come si parla oggi dei viaggi ad Auschwitz). Non si tratta solo di tentativi di revisionismo storico, di svilimento della memoria e di deresponsabilizzazione.  Queste parole parlano anche dell’oggi e di una tendenza più ampia ad utilizzare la memoria pubblica in chiave politica, rischiando di semplificare fenomeni complessi e di oscurare le responsabilità contemporanee, fino a rendere più accettabili dinamiche di violenza e persecuzione. 

                                                                      

Torna così la frase del filosofo Colingwood che appare nei titoli di coda di Norimberga: “L'unico indizio per sapere ciò che l'uomo può fare è sapere cosa ha fatto”. 

È chiaro però, da secoli, che la memoria fine a sé stessa è sterile. La Giornata della Memoria, se destoricizzata e celebrata come un qualsiasi rituale annuale, rischia di diventare mera retorica

Per essere vera, deve essere operante: deve servire a proteggerci dall’anestetizzazione del male “banale” odierno, dall’appiattimento del pensiero critico e dalla mancanza del suo esercizio quotidiano. 

Guardare Norimberga è necessario per interrogarci su ciò che l’uomo sta facendo adesso, sapendo ciò che è stato capace di compiere. 


FONTI: 

Norimberga (2025) di James Vanderbilt 

La banalità del male (1963) di Hannah Arendt 

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Le opinioni riportate negli articoli di questo blog non riflettono necessariamente le posizioni ufficali dell’UNICEF ma sono espressione libera dei e delle giovani Bloggers

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