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L’orca dimenticata


Illustrazione di Samuele Rigano
di Martina Matarazzo

Ci sono animali che non parlano la nostra lingua, ma comprendono molto più di quanto immaginiamo. Questo articolo nasce dal desiderio di raccontare le storie di animali intelligenti che vengono spesso trattati solo come oggetti di spettacolo e riflettere su cosa significhi davvero rispettare creature così intelligenti e il mondo naturale di cui fanno parte.


Le orche sono una specie molto riconoscibile della famiglia dei cetacei, note per la loro particolare colorazione bianca e nera che non serve solo per mimetizzarsi nell’ambiente marino, ma varia anche leggermente tra le diverse popolazioni lasciando intendere la ricca diversità delle specie. Sono predatori apicali famosissimi per le loro complesse strutture sociali, ampie tecniche di caccia cooperativa e sistemi di comunicazione elaborati.


Con una lunghezza che può variare dai 7 ai 9 metri e un peso di quasi 7 tonnellate, possiamo dire che l’orca è uno dei cetacei più complessi dal punto di vista sociale e comportamentale. La struttura complessa si basa su unità sociali matrilineari note come baccelli: questi sono tipicamente composti da una matriarca, la progenie e la prole. Mostrano un’intelligenza avanzata e un comportamento complesso, impegnandosi in un’ampia gamma di attività per socializzare e cacciare tra cui il “breaching”, il “lobtailing”, lo “schiaffo delle pinne pettorali” e lo “spyhopping”.


Nato libero nell’oceano, l’orca Kshamenk (“Shamenk”), venne ritrovato nel 1992, a circa quattro anni, insieme a un branco di orche, mentre nuotava a Bahìa Samborombòn, in provincia di Buenos Aires, intrappolato nelle acque basse. Fu l’unico degli esemplari salvati a sopravvivere. Nonostante questo, Kshamenk era disidratato, impossibilitato a muoversi, insomma, in condizioni critiche.


Fu portato al parco Mundo Marino in Argentina, dove ha brevemente condiviso la sua vasca con un’altra orca, Belém, deceduta però a tredici anni, pochi mesi dopo la morte del suo cucciolo.


Secondo i veterinari del governo argentino una volta terminata la riabilitazione, Kshamenk non era in grado di essere liberato nell’oceano, di conseguenza, fu costretto a restare rinchiuso in una vasca infinitamente piccola, lontano dall’oceano, tutto solo fino alla sua morte, che sopraggiunse domenica 14 dicembre 2025, a 33 anni.


Precisiamo, per sottolineare la gravità della situazione, che trentatré anni quasi non corrispondono alla metà dell’aspettativa di vita normale di un’orca.


Inoltre, nel 2010 durante il suo periodo di permanenza in quella piccola vasca, alcuni addestratori americani si sono recati al parco acquatico per prelevare a forza alcuni campioni di Kshamenk, utilizzati per l’inseminazione artificiale di altre orche in cattività. Grazie a questi campioni l’orca ha avuto due cuccioli che però non hanno mai vissuto insieme a lui, ma divisi in altri due parchi acquatici. Non è assolutamente credibile, quindi che il parco acquatico Mundo Marino, si professi “concentrato sulla conservazione della fauna selvatica attraverso i progetti e strategie di educazione ambientale, con l’obiettivo di aiutare a generare una società più responsabile per la cura del pianeta” come afferma sul sito web. Se tutto questo fosse vero, difficilmente Mundo Marino avrebbe invitato i membri del personale di SeaWorld nella sua struttura, per costringere Kshamenk a vendere il suo sperma a scopo riproduttivo.


Nel corso degli anni, molte persone hanno provato a lottare per Kshamenk, denunciando la sua solitudine, la mancanza di stimoli fondamentali per la specie, le terribili condizioni della vasca di cemento, con acqua sporca, acqua bassa e troppo calda, ma anche, e soprattutto le pessime condizioni di salute e denutrizione nelle quali si trovava, nonostante il parco negasse tutto.


Sono state lanciate diverse petizioni e altrettanti progetti di legge al Congresso argentino (infatti, Kshamenk era sotto la custodia governativa argentina, non del parco), come nel 2023 la “Ley Kshamenk” per vietare la messa cattività dei cetacei in Argentina, ma purtroppo, nonostante i diversi sforzi Kshamenk non è mai riuscito a essere trasferito in un santuario marino.


Oggi è soprannominato l’orca dimenticata.


Moltissimi parchi marini, un tempo giustificati dall’obiettivo educativo di rendere accessibili specie che mai si sarebbero potute vedere da vicino, adesso stanno vivendo una fase critica, poiché sono diventati luogo finalizzato all’intrattenimento più che all’aspetto educativo.


Emblematica nel 2025 è la chiusura del più grande parco marino d’Europa: Marineland Antibes.


Su questa scia, anche in Grecia, Slovenia e Croazia la detenzione di cetacei a fine commerciale è vietata e in Italia dal 2019 è vietato il nuoto con i delfini. Infatti, l’Unione Europea senza un bando generale come in Canada ha aderito a convenzioni internazionali come ACCOBAMS e CITES, che proteggono i cetacei e limitano il commercio e la cattura, e ha introdotto strumenti come “Direttiva Habitat” e “Direttiva ZOO”, rispettivamente per la tutela dell’habitat e la regolamentazione della gestione degli zoo, per garantire conservazione, benessere animale e educazione del pubblico.


I cetacei in vasca riducono la loro esistenza a spazi artificiali che sono solo una frazione infinitesimale delle distanze che percorrono in natura ogni giorno. Qui, soffrono non solo la limitazione fisica, ma anche una forte deprivazione ambientale. Sono frequenti le patologie oculari e cutanee dovute all’acqua colorata, i danni all’udito a causa del rumore di filtri e musica, e disturbi di tipo comportamentale come nuoto ossessivo, apatia e aggressività.


Rimettere in mare, animali cresciuti in vasca e quasi impossibile: molti non sanno più cacciare, hanno perso le abilità sociali, ad esempio presentano un repertorio vocale ridotto.


La soluzione più realistica sono i santuari marini, ampie baie recintate con acqua naturale, arricchimento ambientale e cure veterinarie.


Nel 2024, infatti si è presentata la possibilità che le orche Wikie e Keijo, fossero trasferite da Marineland Antibes, nel sud della Francia, al santuario istituito dal Whale Sanctuary Project in nuova Scozia.


L’ufficialità di questa notizia è sopraggiunta la mattina del 13 dicembre 2025, grazie alla dichiarazione ufficiale rilasciata dal ministro della transizione ecologica francese.


Queste decisioni sono state prese sulla base di ispezioni DREAL, competenze scientifiche e un chiaro quadro legislativo per proteggere i cetacei dallo sfruttamento, credendo che la soluzione del santuario è ad oggi la più credibile, la più etica e l’unica che rispetta i requisiti di sicurezza e benessere degli animali.


Il trasferimento di queste due orche, madre e figlio, non arriva però senza sofferenza.


La madre conta 23 anni di permanenza all’interno della vasca, il figlio ne contagia 11.


Per loro, tenuti così tanto tempo all’interno di una vasca o addirittura nate all’interno di essa, per loro la vasca rappresenta l’habitat naturale, e abbandonate all’interno della struttura del parco, chiuso da diversi mesi, abbandonate in attesa di un verdetto su quella che sarà il resto della loro povera vita, non possono far altro che l’unica cosa che è stata insegnata loro: si esibiscono.


Volteggiano, saltano, schizzano l’acqua.


Si esibiscono per un pubblico che non esiste.


Sì, la scelta del santuario è quella più giusta per questi poveri animali, ma il vero problema a questo punto è anche il trasporto di questi enormi esemplari dalla Francia al Canada. Infatti, il trasporto dei grandi cetacei non è illegale, e avviene attraverso dei container pieni d’acqua, bui, dove viene posizionata l’orca, spedita come un pacco Amazon. È impossibile pensare che questo trasporto possa essere svolto senza causare stress all’animale, uno stress tale da ucciderlo.


Quindi, sì, le soluzioni esistono, ma non arrivano senza un prezzo. Un prezzo che sono costretti a pagare questi poveri animali, nonostante si trovino in delle situazioni nelle quali li abbiamo cacciati noi.


Nonostante le difficoltà e le ingiustizie affrontate, è proprio dalla consapevolezza di queste realtà che nasce la motivazione nel cambiare rotta, aprendo la strada a pratiche più etiche e rispettose. Per dare un po’ di speranza, riportiamo in contrasto, un esempio positivo, che proviene dal Giardino Zoologico di Roma.


Il bioparco si occupa della protezione degli animali e lo fa, come afferma sul sito “perché tutti noi siamo parte della natura e tutti noi dobbiamo batterci per preservarla!”



Illustrazione di Samuele Rigano

Il protagonista di questa storia triste, ma con un lieto fine, è Bingo, uno scimpanzé sequestrato dal servizio Cites della forestale in un night club di Pescara, dove viveva il ruolo di intrattenitore in smoking e sigaro. L’animale, tanto provato da questo stile di vita, quando arriva al bioparco di Roma ci mette un po’ ad apprezzare la luce del sole, perché ormai lo infastidiva. Era il 1995 quando riuscì a cambiare vita e a supportarlo in questo lunghissimo percorso è stato un’équipe multidisciplinare di specialisti con ricercatori di Roma Tre, in supporto.


Adesso Bingo vive serenamente insieme ad altri tre scimpanzé: Susy, Edy e Pippi.


La soluzione del bioparco di Roma è assolutamente favorevole alla preservazione dell’habitat naturale di ciascun animale: lo spazio dove vengono inseriti questi animali è progettato in base alle loro abitudini, ad esempio per dare ai grandi felini la possibilità di muoversi.


Inoltre, il parco è estremamente educativo per chi lo visita: le storie degli animali, le loro abitudini sociali, comportamentali e alimentari, il grado di rischio di estinzione di ciascuno di loro, sono accuratamente inserite e spiegate sia per adulto che a misura di bambino. E questa educazione si estende anche al “giusto modo” di comportarsi all’interno del parco.


Promuovendo la compassione per ogni essere vivente, possiamo costruire un mondo in cui la bellezza della natura e il benessere degli animali siano al centro delle nostre azioni, riflettendo così la migliore qualità dell’uomo: il rispetto.


Fonti:


Informazioni sulle orche




Kshamenk, Mundo Marino Argentina




Wikie e Keijo, Marineland Antibes Francia




Bingo, Bioparco Roma


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Le opinioni riportate negli articoli di questo blog non riflettono necessariamente le posizioni ufficali dell’UNICEF ma sono espressione libera dei e delle giovani Bloggers

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