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Il volontariato: 3 interviste, 3 opinioni, 3 approcci per scoprirlo ed apprezzarlo

Image credits: CESVOT (CC-BY-NC-SA 2.0)

Di Iacopo Monti

"Perché fare Volontariato?"

Una domanda apparentemente molto semplice, ma che in realtà nasconde la complessità della decisione di dedicarsi al prossimo, alla propria comunità, senza ricevere o aspettarsi niente in cambio. Tutto ciò in un mondo dove l'indipendenza, il mettersi al primo posto e l'autosufficienza vengono utilizzate per creare una sorta di "egoismo etico" giustificato dalla necessità di non dover dipendere da nessuno e, conseguentemente, dall'aspettativa che nessuno, quantomeno socialmente degno di considerazione, dipenda da noi o da chiunque altro. Questa facciata di apparente crescita dell'individualismo si ritrova in un panorama del volontariato giovanile italiano, che presenta però dinamiche complesse e contraddittorie. I dati ISTAT 2023 ci dicono che nell'ultimo decennio si è registrato un calo generale della partecipazione al volontariato organizzato tra i giovani: la fascia 15-24 anni ha visto una diminuzione di 2,2 punti percentuali (dal 7,5% al 5,3%), mentre il crollo più marcato si è verificato tra i 25-44 anni, con un calo di 2,7 punti percentuali.

Tuttavia, dietro questi numeri apparentemente scoraggianti si nascondono segnali di resistenza e trasformazione: coloro che continuano a fare volontariato, nonostante le pressioni dell'individualismo contemporaneo, mostrano un impegno più intenso e consapevole rispetto al passato. Gli studenti che rimangono attivi, pur essendo numericamente diminuiti, dedicano mediamente più ore al volontariato rispetto a dieci anni fa. Inoltre, è raddoppiata la quota di volontari che combinano sia forme organizzate che aiuto diretto (dal 8,1% al 21,7%), segno di un coinvolgimento più articolato e profondo.

Dunque, abbiamo deciso di rivolgere 3 semplici domande a giovani che praticano (o praticavano) volontariato in qualche forma, per scoprire cosa spinge questa minoranza crescente in qualità, se non in quantità, a resistere alla corrente dominante dell'egoismo etico. Speriamo che le risposte siano un suggerimento per chi rientra in questa fascia d'età e sta pensando di iniziare, o un'ispirazione per chi è oltre e potrebbe sentirsi chiamato a (ri)tornare: 3 Storie, 3 modi di vivere, 3 opinioni e logiche apparentemente diverse e scollegate tra loro, che in realtà, proprio per la loro diversità, ci rivelano la vera bellezza e valore del mondo del volontariato e del mettersi al lavoro per l'altro.


Francesco Serangeli-19 anni-Provincia di Pisa Membro Task Force GiovaniSì - Regione Toscana Ex-Rappresentante di Istituto degli Studenti a.s. 2024-25

Cosa ti ha spinto a fare volontariato e a metterti al lavoro per il prossimo e per la comunità?

«L'egoista desiderio di sentirmi utile e la possibilità di avere il potere di fare qualcosa che potesse concretamente cambiare la mia comunità.»

Cos'è che oggi continua a spingerti a farlo? O se hai smesso, perché? Riprenderesti in futuro?

«Mi sono diplomato, quindi ho perso il titolo, ma tuttora – proprio in questi giorni tornerò a scuola per un evento – sto lavorando perché i miei successori abbiano gli stessi strumenti che ho avuto io per raggiungere i loro obiettivi da rappresentanti e perché la comunità scolastica continui a crescere e migliorarsi.»

Qualche parola per coloro che dovessero essere interessati al tipo di volontariato che fai? Un suggerimento?

«Candidarsi a rappresentante non costa niente, ma non è una scelta da prendere alla leggera: è un ruolo che può dare molto ma che richiede una dose di impegno proporzionalmente grande.» La risposta di Francesco alla domanda iniziale è provocatoria e pressoché disarmante: «l'egoista desiderio di sentirmi utile». In una sola frase, Francesco smonta alla base la retorica del volontariato come puro altruismo e riconosce apertamente che c'è una componente di soddisfazione, di valore, di sentimento personale, verso e per sé e non solo verso l'altro. Ma questa franchezza, ben distante dal cinismo, è in realtà liberatoria: ammette e riconosce che non serve essere santi per fare volontariato, che è legittimo trarne una gratificazione personale. L'importante è che questa motivazione personale si traduca in azioni concrete che cambiano davvero la comunità per il bene di tutti e non solo per se stessi. Il suo focus sulla continuità – garantire che chi viene dopo abbia gli strumenti giusti – dimostra una visione strategica e sostenibile: il volontariato non è gesto estemporaneo, ma costruzione di sistemi che durino nel tempo affinché ciò che apportiamo alle nostre comunità non vada perso nel momento in cui la vicendevolezza della vita ci porterà a diminuire i nostri sforzi.


Lorenzo Schiavone-16 anni-Provincia di Prato Volontario Misericordia Italiana, Parlamentare Regionale degli Studenti della Toscana

Cosa ti ha spinto a fare volontariato e a metterti al lavoro per il prossimo e per la comunità?

«Personalmente credo che il senso autentico della vita sia che non basta vivere per sé stessi, ma che bisogna fare qualcosa per chi ci circonda, aprirsi al bisogno degli altri e trasformare questa consapevolezza in azioni concrete. Entrare in Misericordia mi ha permesso di ascoltare, sostenere e donare presenza a chi ne ha bisogno. Ho visto come anche un piccolo gesto può rafforzare il senso di comunità e nutrire valori di solidarietà, rispetto e responsabilità. Allo stesso tempo, l’esperienza nel Parlamento Regionale degli Studenti della Toscana mi ha insegnato che rappresentare gli altri significa ascoltarli, comprenderli e agire con responsabilità. È lo stesso cuore del volontariato, ed è il modo più vero di servire la comunità.»

Cos'è che oggi continua a spingerti a farlo? O se hai smesso, perché? Riprenderesti in futuro?

«La motivazione nasce dall'esperienza stessa: vedere un sorriso, un sollievo, una parola che fa la differenza insegna che la vita ha senso quando si condivide. Anche nei momenti di stanchezza, la spinta a tornare è inevitabile: chi ha conosciuto il valore del servizio capisce che non si tratta solo di aiutare gli altri, ma di crescere come persona. Fermarsi può accadere per necessità, ma il richiamo rimane, perché il volontariato lascia tracce profonde nell'animo, ricorda la responsabilità verso la propria comunità e alimenta la convinzione che ogni gesto, piccolo o grande, abbia un senso e un peso.»

Qualche parola per coloro che dovessero essere interessati al tipo di volontariato che fai? Un suggerimento?

«Non aspettatevi di essere già pronti: il volontariato si impara vivendo, osservando, sbagliando e migliorando. Ogni gesto, anche silenzioso, costruisce fiducia, comunità e umanità. Donare tempo, attenzione e ascolto non cambia solo chi riceve aiuto, ma trasforma chi dona, insegnando empatia, resilienza e apertura. È un percorso che rivela la bellezza nascosta nella quotidianità e il valore della connessione tra persone. Chi decide di provarci scoprirà che il volontariato non è un sacrificio, ma una forma di arricchimento, una scuola di vita e un modo di abitare il mondo con cuore e responsabilità. Chi sceglie di provarci scopre che fare per gli altri è, allo stesso tempo, il modo più profondo di fare per sé.»


Lorenzo offre una risposta completamente diversa al quesito iniziale. Se l'egoismo etico contemporaneo ci vuole far credere che "non devi dipendere da nessuno", Lorenzo invece ci risponde che «non basta vivere per sé stessi». La sua testimonianza si muove su un piano esistenziale e altamente valoriale, proponendo il volontariato quasi come risposta alla domanda sul senso della vita. Nella sua opinione, fare volontariato non è una scelta tra le tante, ma la modalità stessa di abitare il mondo con responsabilità e autenticità. La sua riflessione sulla doppia trasformazione – «fare per gli altri è il modo più profondo di fare per sé» – ribalta completamente il paradigma individualistico: non si tratta di scegliere tra sé e gli altri, ma di riconoscere che la propria realizzazione passa inevitabilmente attraverso la relazione con la comunità. Il volontariato diventa così una pratica di costruzione identitaria del sé tramite l'altro, che insegna competenze umane fondamentali come l'empatia, la resilienza e l'apertura.



Iacopo Monti-17 anni-Provincia di Lucca Volontario Croce Rossa Italiana Parlamentare Regionale degli Studenti della Toscana Rappresentante Provinciale degli Studenti di Lucca

Cosa ti ha spinto a fare volontariato e a metterti al lavoro per il prossimo e per la comunità?

«Il desiderio di mettermi al servizio della mia comunità: in primis coloro che conosco e che vedo tutti i giorni, ossia i miei compagni di scuola e di classe, tramite la rappresentanza che pratico sin dalle elementari, quando iniziai con il consiglio comunale dei piccoli della mia città; in seguito, della comunità in senso più ampio, tramite la Croce Rossa e i progetti scolastici di più larga area che vanno a beneficio anche di chi non conosco personalmente. L'obiettivo finale è duplice: dare un esempio positivo e lasciare una sorta di aggiunta e ricchezza culturale ulteriore nell'ambiente scolastico, da un lato; dall'altro, alleviare le sofferenze e facilitare la convivenza con varie forme di difficoltà, sia sociali che personali, come da Principi Fondamentali della Croce Rossa.»


Cos'è che oggi continua a spingerti a farlo? O se hai smesso, perché? Riprenderesti in futuro?

«La crescita e lo sviluppo personale che guadagno da ciò che faccio. Il volontariato e il mettersi al servizio della comunità sono fatti al meglio quando parallelamente continui anche a formarti nei campi e nelle materie rilevanti per ciò che fai, permettendoti di migliorare sia il tuo impatto in termini di quantità e qualità, sia le tue personali conoscenze e capacità. A questo si aggiunge il riconoscimento per ciò che faccio: anche se con qualche difficoltà iniziale che non voglio nascondere, con calma e costanza sono riuscito a raggiungere un livello che soddisfa non solo me come persona, ma anche coloro che mi stanno attorno e vivono nel concreto i risultati di ciò che faccio – dai compagni di scuola che apprezzano le mie attività e iniziative e che conseguentemente si fidano a confidarmi le loro difficoltà e necessità, alle persone che, pur non vivendo personalmente le conseguenze, le vedono e le riconoscono per la loro positività.»


Qualche parola per coloro che dovessero essere interessati al tipo di volontariato che fai? Un suggerimento?

«Guardatevi attorno. Guardate cosa più serve e manca alla vostra comunità e dedicatevi agli ambiti dove vi sentite più adeguati e portati. Crescete, formatevi, miglioratevi in questi e poi, se col tempo, quando vi sentirete più sicuri anche di voi stessi, mettetevi alla prova: uscite dalla vostra comfort zone e provate cose nuove.» E in ultimo troviamo il sottoscritto, vostro blogger, il cui percorso -iniziato, come detto, alle elementari- va muovendosi come un cammino di crescita, una visione in cerchi concentrici: partendo da chi si conosce (amici e compagni di scuola) per poi espandersi verso la comunità più ampia. Questa gradualità va, a mio parere, contrastando l'idea del "egoismo etico" dell'indipendenza totale, ma in modo pragmatico: inutile negare l'importanza dello sviluppo personale, al contrario, questa dev'essere riconosciuta esplicitamente sia come motivazione che come valore aggiunto all'esperienza stessa del volontariato, e al piacere che bisogna trovarvi. Senza però nascondere difficoltà inevitabili, smontando l'idea di un esperienza immediatamente gratificante, perché il volontariato -come qualsiasi percorso di vita- richiede tempo, costanza, resilienza e voglia di fare, e come tale va presentato.



Tre risposte, una verità comune

Tre giovani, tre approcci diversissimi al volontariato. Francesco lo vive come strumento di impatto concreto sulla comunità, riconoscendo apertamente la componente di soddisfazione personale. Lorenzo lo interpreta come risposta esistenziale alla domanda sul senso della vita, un modo di abitare il mondo con responsabilità. Iacopo lo pratica come percorso strutturato di crescita personale e collettiva, dove formazione e servizio si integrano reciprocamente.

Eppure, dietro queste differenze emerge una verità comune, che risponde alla nostra domanda iniziale e smonta l'ideologia dell'"egoismo etico": il volontariato non è una scelta tra sé e gli altri, ma il riconoscimento che la propria realizzazione passa inevitabilmente attraverso la relazione con la comunità.

Per chi vuole iniziare

Se dopo aver letto queste testimonianze ti senti chiamato a (ri)provare, ecco i consigli pratici che emergono dalle parole dei nostri tre volontari:

  • Parti da ciò che conosci e vedi: Iacopo suggerisce di guardare la propria comunità immediata e identificare cosa manca o cosa serve, non serve imbarcarsi in missioni lontane sia geograficamente che rispetto alle nostre possibilità: le opportunità di fare la differenza sono spesso a portata di mano.

  • Non aver paura dell'imperfezione: Lorenzo ci ricorda che il volontariato si impara facendo, sbagliando, migliorando. L'importante è iniziare, stiamo tutti vivendo per la prima volta.

  • Valuta realisticamente l'impegno: Francesco è chiaro – il volontariato dà molto ma chiede altrettanto. Sii onesto con te stesso su quanto tempo ed energia puoi dedicare, senza sovraccaricarti, rispetta te stesso e anche il tuo lavoro, meglio poco ma fatto bene che tanto fatto male.

  • Cerca formazione: Iacopo sottolinea quanto sia importante formarsi continuamente per essere davvero efficaci. Approfitta dei percorsi di formazione che le organizzazioni offrono, sia per te stesso che per il tuo volontariato.



FONTI:

Logo di U-report on the Move
Logo dei Sustainable Development Goals
Logo di U-report on the Move
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Le opinioni riportate negli articoli di questo blog non riflettono necessariamente le posizioni ufficali dell’UNICEF ma sono espressione libera dei e delle giovani Bloggers

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