Il mio incontro con Lynette Yiadom-Boakye

Aggiornamento: ott 29

(English version below)

Yiadom-Boakye è un'artista britannico-ghanese, formatasi alla St Marteens di Londra, ed è stata la prima donna nera a vincere il Carnegie Prize, uno fra i riconoscimenti artistici più antichi del mondo statunitense, facendo così irruzione nel canone di una cultura bianca da sempre dominante nell'arte.

I protagonisti dei suoi lavori sono principalmente persone nere, personaggi che nascono dalla sua immaginazione, dai suoi ricordi e dalle sue esperienze di vita. I suoi dipinti sono prevalentemente dei ritratti, fatti con colori naturali e contrastanti che creano una sensazione di immobilità e donano una natura senza tempo ai suoi soggetti. Essi sono familiari e surreali allo stesso tempo. Nel suo dipingere figure che sono intenzionalmente rimosse dal tempo e dal luogo, lei stessa ha affermato: "La gente mi chiede: Chi sono, dove sono?”.


L'artista cosi' prende una precisa posizione, che potremmo quasi definire ‘politica’, poichè pone il problema della rappresentazione dell’identità nera.


Yiadom-Boakye vuole rendere visibili le persone nere, non vuole celebrarle ma normalizzare la loro presenza nell’arte, sottolineando con le sue opere il suo impegno per il realismo. In un'intervista dice: "Il nero non è mai stato 'altro' per me... siamo sempre stati qui, siamo sempre esistiti... e in nessun modo definiti o limitati da chi ci vede".

L’opera che preferisco si intitola “Light of the Lit Wick” e propone l’immagine di una bellissima ballerina nera, capovolgendo il paradigma storico dominante e associando l'identità nera ad una bellezza naturale e moderna. Per lo spettatore, il contrasto è sorprendente: la ballerina indossa un tutu’ bianco che contrasta con il colore della sua pelle e dello sfondo, quasi ad identificare il contrasto fra il mondo del balletto, tradizionalmente legato ai canoni della bellezza bianca e la forza della passione di questa moderna ballerina e la sua lotta per affermarsi in questo contesto.


Non posso pubblicare l'immagine della ballerina su questa pagina del blog per questioni di copyright, ma potete vederla qui insieme ad altri suoi ritratti.


Mi colpisce soprattutto come l'artista non impone storie, dichiarazioni audaci o messaggi personali al pubblico. Invece, cattura lo spirito che esiste nella figura, transitorio di razza, genere o qualsiasi altra etichetta tradizionalmente definita, e lascia il suo personaggio semplicemente “essere”. L'artista rovescia il canone occidentale dipingendo con la sua prospettiva dei personaggi che sono belli indipendentemente dallo standard imposto loro dalla società.


Ho trovato questo tema molto significativo nel mondo di oggi, in quanto solleva interrogativi sull'identità e sulla rappresentazione e su come noi tutti ‘leggiamo’ le immagini che ci circondano.


Spesso non ci rendiamo conto di quanto e come i media e l’arte influiscano sull'immaginario collettivo. Soltanto recentemente in Italia troviamo modelli di diverse etnie, origini e culture in campagne pubblicitarie e nella moda.


La ricerca di una nuova narrazione, che possa prendere atto dei cambiamenti della società italiana, quindi essere inclusiva, consapevole e che possa gradualmente contribuire a decostruire numerosi stereotipi che tuttora pervadono l’immaginario collettivo, porterà ad un nuovo modo di comunicare e di rappresentare l’italia : multietnica e multiculturale.


Non solo il mondo della comunicazione ma anche le aziende che riusciranno a farlo con successo, imponendo una nuova normalita' ne ricaveranno un notevole vantaggio competitivo e attireranno l'attenzione di un pubblico sempre più ampio.


Ho trovato molto forti le stesse parole dell’artista, che vi ripropongo: «Quando viene sollevato il tema del colore della pelle (nelle mie opere), penso sempre che sarebbe molto più strano se i miei personaggi fossero bianchi; dopotutto sono cresciuta circondata da neri (…). Per me questo sentimento di normalità non è celebrativo, è piuttosto un’idea generalizzata di normalità. È un gesto politico per me: siamo abituati a osservare ritratti di persone bianche».

My encounter with Lynette Yiadom-Boakye


Yiadom-Boakye is a British-Ghanaian artist, trained at the St. Martins School of Arts in London. She was the first black woman to win the Carnegie Prize, one of the oldest American artistic awards. I admire her for representing black identity in the face of the white canon.


The protagonists of her artworks are mainly black people, characters that arise from her imagination, her memories, and her life experiences. Her paintings are mainly portraits, made with natural and contrasting colors that create a feeling of stillness and give a timeless nature to her subjects. They are familiar and surreal at the same time. In her painting of figures that are intentionally removed from time and place, she herself stated: "People ask me: Who am I, where am I?".


The artist thus takes a precise position, which we could almost define as 'political', as it poses the problem of the representation of black identity.


Yiadom-Boakye wants to make black people visible, not celebratory, thus normalizing their presence in art, underlining with her works her commitment to realism. In an interview, he says: "Black has never been 'other' to me ... we have always been here, we have always existed ... and in no way defined or limited by who sees us".


My favorite work is titled "Light of the Lit Wick" and proposes the image of a beautiful black ballerina, overturning the dominant historical paradigm and associating black identity with natural and modern beauty. For the viewer, the contrast is surprising: the dancer wears a white tutu that contrasts with the color of her skin and the background as if to identify the contrast between the world of ballet, traditionally linked to the canons of white beauty and the strength of passion of this modern dancer and her struggle to establish herself in this context.


I cannot publish the painting on this blog page due to copyright issues, but you can see it here along with other artworks by Yiadom-Boakye.

It strikes me above all how the artist does not impose stories, bold statements, or personal messages on the public. Instead, she captures the spirit that exists in the figure, transitory of race, gender, or any other traditionally defined label, and leaves his character to simply "be". The artist overturns the Western canon by painting characters from her imagination who are beautiful regardless of the standard imposed on them by society.

I found this theme to be very significant in today's world, as it raises questions about identity and representation and how we all 'read' the images that surround us.

We often do not realize how much and how media and art affect the collective imagination. Only recently in Italy, we find models of different ethnicities, origins, and cultures in advertising campaigns and in fashion. The search for a new narrative of inclusivity and awareness in my country can gradually contribute to deconstructing numerous stereotypes that still pervade the collective imagination, leading to a new way of communicating and representing Italy: as both multiethnic and multicultural.

Not only within the world of communication but also within companies. They can impose a new normality, gaining a considerable competitive advantage by attracting the attention of an ever wider audience.

I found the artist's own words very strong, which I propose again: "When the theme of skin color is raised (in my works), I always think it would be much stranger if my characters were white; after all, I grew up surrounded by blacks (…). For me this feeling of normality is not celebratory, it is rather a generalized idea of ​​normality. It is a political gesture for me: we are used to seeing portraits of white people ».

111 visualizzazioni0 commenti