Il crochet: da trend a scelta politica
- Agenzia di Stampa Giovanile
- 6 giorni fa
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di Martina Tessarin
Vi è mai capitato di trovarvi in treno, in autobus, a volte in classe o in posti assolutamente casuali e notare qualcuno che invece di ascoltare musica o controllare i messaggi, è intento a fare un cappellino, una sciarpa o un maglione?
Che si parli di crochet, uncinetto o di ferri per fare a maglia, ciò che è sicuro è che l’antica arte di lavorazione dei filati è prepotentemente tornata a scalare la classifica degli hobby più in voga di questi ultimi anni.
Nonostante il fenomeno possa sembrare ingenuo e poco interessante, in realtà le ragioni della sua diffusione e le modalità con cui si sta facendo strada nelle comunità possono nascondere risvolti inaspettati.
Ne abbiamo parlato con Emma Dal Bo’, laureata allo IUAV di Venezia in Comunicazione e nuovi media della moda con una tesi sulle pratiche indipendenti di maglieria, grazie alla quale ha potuto raccontarci qualcosa in più sul mondo del crochet.
Perché in questi ultimi tempi è tornata di moda la pratica del crochet e della maglieria?
Da quello che ho potuto analizzare per la mia ricerca sembra che la questione della maglieria sia tornata in auge a partire dai tempi della pandemia, in un periodo in cui abbiamo assistito a una grande riscoperta degli hobbies da praticare in casa. C’è però da dire che in generale la diffusione delle pratiche fai-da-te è soggetta a momenti di picco e di discesa, in un movimento ciclico continuo. Se ci guardiamo indietro già nel 2009 si parlava di un revival della maglieria, così come anche negli anni ’80 era un’attività diffusissima. Il bello è che è una pratica che esiste da secoli e che risponde a questa ciclicità di uso e disuso in base ai tempi.
E che cosa ci può raccontare il crochet della nostra contemporaneità?
Negli ultimi anni il crochet e la maglieria sono sempre più diffusi e visti come un’attività legata alla salute mentale: avere le mani impegnate in dei gesti che, secondo un preciso rituale, contribuiscono alla realizzazione di un oggetto concreto riesce a far tranquillizzare la mente. La necessità di rallentare e rilasciare lo stress sicuramente è sintomo di una società nevrotica e frettolosa come la nostra, ma non è da tutti vissuto in maniera passiva: molte persone scelgono consapevolmente di cimentarsi in questo passatempo in un’ottica sostenibile, di lotta al fast-fashion e al consumismo.
Quindi possiamo vedere il mondo del crochet come legato a una scelta politica?
Sicuramente! La personalizzazione di un capo in questo caso deriva proprio dal poterlo realizzare con le proprie mani, avendo poi la coscienza (una volta terminato) del tempo e della fatica che ci sono voluti per vederlo finito. Scegliere di realizzare il proprio capo prediligendo tempistiche allungate, con lana usata e con materiali che già si possiedono in casa, ha delle ricadute sul mondo intorno a noi, che lo facciamo volontariamente oppure no. In particolare, questo fenomeno combatte l’ondata del fast-fashion, che punta all’omologazione proponendo capi sempre uguali, e all’iperproduzione e vendita di abiti di scarsa qualità che smettono di essere una novità già una settimana dopo essere usciti sul mercato.
Possiamo allora definire il crochet come una pratica attivista?
Certo, chi vuole lo può fare, e per molti è già così. È un atto che può essere reso politico in molte maniere; per esempio, una cosa che non si sa molto è che durante la Seconda guerra mondiale le donne inserivano nei loro cartamodelli dei codici nascosti (che per chi non era del mestiere sembravano solo appunti da sarte) per passare informazioni segrete tra Paesi alleati. Rimanendo in tema, adesso questa pratica si sta legando al femminismo di terza ondata: se le pratiche storicamente viste come “femminili” sono state per molto tempo considerate una forma di oppressione, ora si punta alla loro riappropriazione, per riconvertirle in favore di un’idea di comunità e sostenibilità.
Un altro esempio è quello dello yarn bombing: è una pratica che consiste nel ricoprire con lavori a maglia o a uncinetto alberi, statue o qualsiasi oggetto si trovi in uno spazio pubblico. È un movimento paragonato a quello dei graffiti, in quanto segue l’idea di occupazione di spazi civili per mandare messaggi ed evidenziare problematiche sociali, rivendicata in questo caso da gruppi di donne.
Passiamo al lato spinoso: non il crochet sia solo una nuova moda social che, come ormai sempre più spesso capita, rischia di rivelarsi un vuoto atto di performance?
Come dicevamo prima, non è tanto la pratica in sé che comporta questo rischio, quanto il modo in cui viene utilizzata una volta che diventa comune. Oggi, attraverso i social network sicuramente assistiamo a una sua diffusione velocissima e ci sono alcune persone che se ne approfittano. Questo hobby diventa performativo nel momento in cui non è più un hobby: strumentalizzare il crochet per ottenere seguito può sfociare nella capitalizzazione di questa pratica, facendo guadagnare ai creators grosse somme di denaro, magari derivanti da sponsorizzazioni che di etico non hanno nulla. Ecco allora come il paradigma si capovolge!
In questi casi bisogna stare attenti a saper distinguere chi, fra i vari content creators che fanno a maglia e a uncinetto, lo fa per questioni performative e chi invece per passione. Un esempio di quest’ultimo tipo è il Loupy studio, che realizza cartamodelli universali, non legati a uno specifico tipo di filato, gratuiti e che possono essere utilizzati anche con filati di recupero.
I social possono allora essere visti come un megafono positivo?
Assolutamente sì, ogni tanto è necessario spezzare una lancia a loro favore. I social non sono sempre e solo il male sceso in terra e questo ne è un esempio. Una cosa interessante da sapere è che gli spazi virtuali sono molto utilizzati nella diffusione delle tecniche e vengono visti come veri e propri archivi dove poter custodire pratiche che potrebbero perdersi nel tempo. Il crochet e il lavoro a maglia fanno parte di questo insieme, come anche le ricette di cucina delle nonne o altri piccoli lavori manuali.
E poi internet serve anche per far conoscere iniziative sociali particolarmente significative: in un quartiere di Rotterdam, Afrikaanderwijk, è stato realizzato il progetto Waste no brood, un Bread Net-Work per il quale un collettivo del posto ha posizionato in uno spazio adiacente al mercato cittadino una parete di uncinetto da cui spuntavano svariate tasche. Grazie a questo muro colorato le bakeries lì attorno hanno potuto redistribuire il pane in eccesso per le persone povere della zona mettendo le pagnotte dentro le tasche. Nessuno conoscerebbe questa iniziativa senza il “megafono positivo” di cui parlavamo.
Questo contenuto è stato originariamente pubblicato sulla testata online Agenzia di Stampa Giovanile in data 26 marzo 2026. La sua ripubblicazione su questa piattaforma avviene nell’ambito di una collaborazione editoriale che prevede la condivisione reciproca di articoli e approfondimenti , nel rispetto dei diritti d’autore e con l’obiettivo di promuovere una più ampia diffusione delle informazioni.



