Giovani e NEET: come evitare di perdere il capitale umano di una generazione



Dall’inizio della pandemia, la disoccupazione giovanile in Europa è aumentata del 2%. I giovani hanno perso il lavoro e chiuso le loro imprese e attività produttive più velocemente rispetto ad altre fasce d’età, diventando una delle parti sociali più colpite in termini d’impiego (e non solo) dalla pandemia.

Nel nostro paese, come rilevato dall’ultimo sondaggio ISTAT, dopo un periodo di disoccupazione giovanile in calo, con la pandemia la curva è tornata a salire, raggiungendo il picco del 29.7% alla fine dello scorso anno.


La perdita del lavoro è però solo una delle drammatiche conseguenza che la pandemia ha avuto e continua ad avere sulla nostra generazione. L’interruzione della formazione tradizionale, con scuole, università, centri d’apprendimento di ogni genere, chiusi, aggiunge alla già esistente piaga della disoccupazione giovanile un problema ancora più drammatico: un gap di competenze, tra il 30% e il 50% nella matematica e nelle lingue, per via della scuola “a singhiozzo”.

Non possiamo non citare l’effetto psicologico della pandemia sulle più giovani generazioni. Uno studio dell’agenzia europea “Eurofund” ha riscontrato che il 20% degli under 35 si sente solo, mentre il 18% è in uno stato di tensione permanente, con l’Italia terzultima per benessere mentale dei giovani a livello europeo.


Il problema dei NEET (Not in Education, Employement or Training), i giovani che non hanno un impiego e sono fuori dall’istruzione e dalla formazione, è quanto mai drammatico, e si presenta con ancora più forza davanti ai decisori politici.

L'incidenza di NEET sulla fascia d'età 15-29 anni è al 22,2%. Le disparità per genere – il 24,3% sono ragazze e il 20,2% ragazzi – si aggiungono a forti differenze territoriali a livello regionale – 14,5% al Nord, 18,1% al Centro e 33% nel Mezzogiorno. (dati Istat 2020 relativi all'anno 2019)

Ad oggi, in Italia, i NEET sono circa 2 milioni. 2 milioni di idee, di visioni, di contributi originali inattivi, con il rischio di rimanere fuori dall’istruzione e dal mercato del lavoro per ancora molto tempo.


A livello italiano ed europeo esistono delle politiche volte a contrastare questo fenomeno.

La Youth Guarantee (cioè l’impegno dei paesi dell’Unione Europea affinché ogni NEET under 30 riceva un’offerta di lavoro o di istruzione di qualità entro 4 mesi dal momento in cui diventa disoccupato o abbandona la scuola) è un’iniziativa fondamentale in tal senso, tanto che è stata potenziata dopo la crisi conseguente al COVID-19 con il “Pandemic Youth Unemployment Support package”, che aumenta l’età massima per accedere alla Youth Guarantee e le risorse allocate.

Esiste anche lo European Social Fund Plus (ESF+) che impone agli stati membri, con una percentuale di NEET superiore alla media europea, di investire il 10% del fondo assegnato in politiche per contrastare la disoccupazione giovanile.

Da sottolineare in Italia l'impegno dell'UNICEF con il progetto NEET Equity realizzato a Napoli, Taranto e Carbonia con l'obiettivo di migliorare la capacità del territorio nel costruire politiche attive partecipate a favore della inclusione dei giovani NEET.


È poi fondamentale ricordare le (con)cause psico-sociali della disoccupazione endemica tra i giovani (la sfiducia, il senso di isolamento, la paura per il futuro) e tenerle in considerazione nella risposta.

La possibilità di contribuire attivamente alla vita della propria comunità, con l’impiego e il lavoro o con la formazione, non é soltanto il fondamento per il benessere mentale dei nostri più giovani cittadini ma anche un vantaggio enorme per la comunità stessa.

I giovani portano energie nuove, competenze diverse, visioni all’avanguardia, un diverso stile di leadership, insomma, sono l’ossigeno necessario per l’innovazione e il progresso di qualsiasi comunità umana.

Limitare le loro possibilità di accesso alla formazione e al lavoro è problema sistemico che richiede una soluzione sistemica.

L’economia degli stati deve tornare a crescere per poter creare posti di lavoro dignitosi per i più giovani, che devono essere istruiti per potersi integrare nel mercato del futuro, con competenze trasversali e digitali.

La transizione ecologica che dovremo necessariamente attuare per scongiurare la crisi climatica, richiederà nuove professionalità, i cosiddetti “green jobs”, per i quali i lavoratori del futuro dovranno prepararsi adeguatamente.

È anche necessaria un riforma dei centri per l’impiego, per far sì che siano parte integrante della comunità in cui sono presenti, che possano raggiungere i giovani e i giovanissimi, che possano proporre soluzioni adeguate ai loro bisogni, offrendo corsi professionalizzanti (di up-skilling e re-skilling), soprattutto in vista delle competenze fondamentali per gli impieghi del futuro.


La nostra generazione merita un accesso equo e dignitoso al lavoro, merita di non essere lasciata indietro, merita di avere la possibilità di contribuire attivamente al benessere della collettività. Ogni giovane che si aggiunge alla categoria dei NEET segna una sconfitta collettiva, una perdita di capitale umano, di valore, di idee che non è calcolabile in punti percentuali o di PIL. Non possiamo permetterci di sprecare oltre le risorse più promettenti che abbiamo.


È il momento di prendere decisioni ancora più coraggiose di quelle prese in passato per combattere la disoccupazione giovanile, perché, altrimenti, avremo un’intera generazione esclusa dal diritto/dovere sul quale si fonda la nostra Repubblica: il lavoro.


Fotocredit @UNICEF

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