• Elisa Cremona

Diplomarsi ai tempi del covid-19

Veloci riflessioni di una maturanda su un anno vissuto a metà.


















Quando, a capodanno dissi che il 2020 sarebbe stato l’anno del cambiamento non stavo immaginando esattamente questo.


Da un giorno all’altro le scuole sono state chiuse, prima per qualche settimana e poi definitivamente. Se solo avessi saputo che quel mercoledì così anonimo sarebbe stato il mio ultimo effettivo giorno di liceo, avrei vissuto le cose diversamente. Avrei salutato i miei compagni, i miei professori, la mia aula, le macchinette del caffè perennemente fuori uso, cercando di fissare più ricordi possibili di quella scuola che tanto ho bramato di finire.

Essere una maturanda durante la pandemia da coronavirus è stato un imprevisto praticamente paranormale, un’esperienza che ti aspetteresti di vedere solo nei film.


Le lezioni online spesso malfunzionanti, la didattica a distanza che ha ricevuto ben poche critiche da professori alunni e genitori, il distanziamento sociale, la paura di uscire anche solo per fare la spesa, la mancanza dei propri cari, la scelta universitaria sempre più incombente senza la possibilità di poter frequentare gli open days, l’ansia per un Esame di Stato in continuo cambiamento.


Non posso che non fare a meno di chiedermi se è veramente vero, che noi studenti e giovani siamo la priorità del paese, come tanto ha sostenuto negli ultimi mesi la Ministra dell’istruzione Azzolina. Di fatto, non mi sono mai sentita ‘’prioritaria’’, piuttosto abbandonata, quello sì. Mai come ora risulta chiaro a tutti quanto poco i giovani siano presi realmente in considerazione all’interno dei meccanismi dei processi decisionali istituzionali, mai una volta siamo stati effettivamente ascoltati e compresi. La maturità ne è un esempio lampante. Un esame che sembra prenderci in giro, con direttive vaghe disposte solo pochissime settimane prima del suo inizio e con modalità anch’esse discutibili: tante proposte erano state avanzate fin dall'inizio della quarantena dagli studenti, come per esempio creare una vera e propria tesina o far valere la media complessiva dei tre anni come voto finale. Proposte tutte sistematicamente ignorate senza molte spiegazioni.

Nel mio piccolo tuttavia mi ritengo fortunata, perché sono riuscita a seguire le lezioni online, la salute non è mancata né a me né ai miei familiari e le mie difficoltà sono quindi risultate minime rispetto a molte altre realtà. Ma, mi chiedo: per molti ragazzi che al contrario hanno sofferto la malattia, lutti in famiglia, difficoltà economiche e hanno riscontrato problematiche non indifferenti con la didattica a distanza, quanto sarà dignitosa per loro la maturità? Se fosse vero che il benessere degli studenti è importante e quindi preso in considerazione da chi di dovere, non sarei qui a mettere per iscritto le mie preoccupazioni per gli studenti che hanno, purtroppo, vissuto situazioni più che spiacevoli a causa del virus.


Questo esame non sarà sfortunatamente un ‘’rito di passaggio’’ che ricorderemo con piacere, di sicuro è una situazione nuova e unica che ci rende tutti inevitabilmente parte di un pezzettino di storia, ma la tanto attesa maturità sarà estremamente diversa da quella che ricordano e raccontano i nostri genitori.


Diplomarsi ai tempi del covid-19 significa aver vissuto l’ultimo giorno di scuola della propria vita senza saperlo, significa non poter abbracciare il compagno di banco, stringersi per mano prima dell’orale, festeggiare i 100 giorni come di tradizione né fare la foto di classe dopo lo scritto di italiano. Diplomarsi quest’anno significa guardare con il groppo in gola ‘’La notte prima degli esami’’ a casa da soli, senza gita di quinta o viaggio collettivo di maturità.

Essere maturandi oggi, significa resistere al doppio dello stress con la metà delle soddisfazioni, consapevoli che il tempo che ci è stato rubato non tornerà più.


Tra poche settimane finirà definitivamente la mia esperienza da liceale senza che io abbia potuto dirle addio veramente.

A tutti i diplomati a metà di questo anno storto, non posso che augurare un nuovo inizio migliore di questa fine, che di fine, ha ben poco.

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