A Bologna una radio che unisce il carcere e la città
- agenziadistampagio
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di Federica Marchiselli
La realtà del carcere costituisce un mondo a sé, inevitabilmente lontano e vittima di uno stigma sociale carico di pregiudizi. Il suo racconto spesso si interseca con vacui discorsi sulla sicurezza e sull’esigenza di garantire la severità della pena. Eppure noi sappiamo – perché è la Costituzione a ricordarcelo – che la pena dovrebbe avere finalità rieducative e mirare al reinserimento in società. “Correggere per migliorare” scriveva Victor Hugo a proposito. Tuttavia, ancora oggi questo non sempre si verifica.
Diviene allora importante tentare la strada di un racconto alternativo che restituisca la voce a chi ne è privo e agevoli la comprensione di un mondo che ci è distante e sconosciuto. Liberi dentro Eduradio&Tv è un programma radio-televisivo, nato a Bologna nel 2020, a sostegno delle persone recluse nella Casa Circondariale Rocco D’Amato. Il progetto, sostenuto dall’ASP (Azienda Pubblica di Servizi alla Persona) Città di Bologna e dall’AUSL (Azienda Unità Sanitaria Locale), coinvolge diverse associazioni di volontariato e realtà culturali del territorio.
L’obiettivo è quello di tentare di ricostruire una quotidianità perduta, agendo proprio sul senso di isolamento e di scollamento dalla realtà che il carcere crea. Ne abbiamo parlato con Antonella Cortese, caporedattrice, coordinatrice del progetto e conduttrice di Eduradio.
Antonella, com’è nato il progetto di Eduradio?
Il progetto è nato durante la pandemia; l’idea era, infatti, entrare in carcere in un periodo come quello del lockdown, in cui dovevamo stare chiusi dentro anche noi che eravamo fuori, liberi, mentre coloro che erano dentro vivevano una condizione di disperazione, spesso costretti all’isolamento. Ignazio De Francesco, monaco della Piccola Famiglia dell’Annunziata, e la giornalista Caterina Bombarda hanno pensato ad una strategia che permettesse quantomeno di dimostrare la propria presenza, anche se non fisica, almeno virtuale.
È nata, così, l’idea di utilizzare i media. Non è però stato così semplice, perché vi era la necessità di trovare una tv privata che fosse raggiungibile in carcere: la scelta è ricaduta su Teletricolore, e successivamente anche sulla Radio Città Fujiko, su cui ancora trasmettiamo.
Quali sono le caratteristiche principali del progetto?
Si è consolidato questo fil rouge tra il fuori e il dentro, una connessione che coinvolge anche i detenuti della Dozza (com’è comunemente chiamato il carcere “Rocco d’Amato”, ndr), che partecipano, quando possibile, con alcuni contenuti. Si tende e si tenta di far uscire fuori quello che succede all’interno del carcere e, viceversa, a portare dentro contenuti che diversamente non ci arriverebbero. In carcere, infatti, le tv sono accese continuamente, ma molto spesso sono su canali mainstream. Noi cerchiamo di concentrarci su contenuti dedicati, ossia evidenziare e approfondire avvenimenti che altrimenti vengono trascurati.
Per esempio, insistiamo sul legame tra la città di Bologna e il carcere con eventi volti alla sensibilizzazione della cittadinanza, come nel caso dell’installazione di una cella in piazza Maggiore. O ancora, uno spazio della nostra trasmissione è regolarmente dedicato ai ministri di culto in rappresentanza dell’islam, del buddismo e del cattolicesimo e alle associazioni di volontariato che operano all’interno della struttura detentiva.
L’obiettivo è ampliare lo sguardo, ma soprattutto mantenere vivo il contatto tra il dentro e il fuori, per evitare l’allontanamento dalla realtà della vita normale che chi vive all’interno del carcere purtroppo matura, soprattutto se ci trascorre tanti anni. E, allo stesso tempo, cerchiamo di sensibilizzare fuori, sullo stigma sociale che la vita detentiva crea. Ecco, l’idea quindi procede un po’ su questi due binari: sensibilizzare l’esterno e informare e dare voce a chi invece è detenuto.
Vi sono casi in cui i detenuti hanno potuto partecipare attivamente?
Sì, ci sono diverse attività che coinvolgono i detenuti attivamente, molte di queste curate dalle associazioni di volontariato, che svolgono un lavoro straordinario sul territorio. Un esempio di attività è la redazione partecipata “Ne vale la pena”, costituita sia da persone esterne al carcere sia da detenuti. Molto importante è ricordare che una persona con un passato di detenzione, Fabrizio Pomes, è diventato un nostro volontario e settimanalmente cura la rubrica “Percorsi di libertà”.
Poi ci sono altri eventi, tra cui l’E-state alla Dozza: una settimana ricca di attività organizzata da diverse associazioni della città, con un ruolo vitale per il carcere. Cerchiamo di essere presenti il più possibile, soprattutto su Bologna, ma, poiché la nostra è una trasmissione regionale, l’idea sarebbe di avere anche dei corrispondenti dalle altre città sedi di carcere dell’Emilia Romagna. Cose non facili, ovviamente, sempre in costruzione, però ci proviamo.
A suo parere quale impatto questo progetto ha avuto all’interno del carcere?
Ci sono pochi dati numerici oggettivi, perché fare un lavoro all’interno del carcere e poi censirlo è complicatissimo. Però, ci sono persone che ci seguono all’interno, con le quali noi siamo in contatto, e già questo ha un senso, perché si mantiene vivo un interesse e soprattutto in tal modo loro sanno che fuori c’è qualcuno che si attiva e si mobilita per chi sta dentro. Questo è già un primo risultato: creare le condizioni affinché non si sentano abbandonati, intervenendo sul senso di isolamento che il carcere amplifica.
E all’esterno?
Dall’esterno abbiamo avuto reazioni favorevoli, soprattutto dagli ascoltatori di Radio Città Fujiko. Un’attività che è stata secondo me di grande impatto è un incontro dedicato ai giornalisti, dal titolo “Disinnescare i conflitti”, al carcere di Padova, con persone detenute che raccontavano la loro storia e quanto il carcere in qualche modo stesse positivamente agendo su di loro. Sono, queste, storie di resilienza rara, poiché più spesso gli istituti penitenziari non creano le condizioni necessarie affinché si verifichino rieducazione e risocializzazione, acuendo situazioni di disagio e sofferenza.
È stato un tentativo di destrutturare lo stigma e lo stereotipo, ciò che dovremmo cominciare a fare. Mettiamo il naso in carcere, capiamo che cosa significa, perché serve a tutti, anche a sentirsi più sicuri, paradossalmente.
Sì, perché si conosce qualcosa che altrimenti sarebbe inaccessibile.
Si tratta di riconoscere l’umanità che abita in quei postacci, perché questa è la loro realtà oggettiva. Lì vivono persone che hanno commesso reati che non si cancellano; eppure, è fondamentale ricordare che quell’errore, spesso frutto di contingenze e scelte sbagliate, non esaurisce affatto la loro identità.
Quali peculiarità editoriali avete affrontato nel selezionare e trattare temi delicati che richiedono un equilibrio particolare tra rigore e sensibilità, diversamente da un progetto standard?
Dal punto di vista giornalistico è fondamentale avere l’accortezza di utilizzare le parole nel modo opportuno, perché non possiamo parlare in modo sbagliato, non mettendo sempre in rilievo il fatto che parliamo di persone detenute. Il sostantivo “persona” non deve mai mancare, perché deve essere proprio una trasmissione chiara di contenuto. Cioè, bisogna restituire quella parte di dignità umana che è stata compromessa.
E quindi sì, sulle parole noi ci lavoriamo molto, a volte durante le registrazioni ci fermiamo a lungo per dirci se questa frase detta in questo modo poteva avere un senso o un altro. È una riflessione di linguaggio che si espande un po’ su tutte le fasce marginali, per utilizzare in tutti gli ambiti le parole nel modo giusto.
Qual è il ruolo svolto dal linguaggio utilizzato?
Il linguaggio ha una funzione educativa, diviene un mezzo per riconoscere alle persone detenute la dignità che meritano, risponde all’universale esigenza di ascolto e riconoscimento. Scegliere un linguaggio che tenga conto delle diverse sensibilità e delle fragilità ha una funzione quasi subliminale: se ti rivolgi alle persone in modo gentile e utilizzando un linguaggio consono e non aggressivo, è molto raro che ti rispondano in altro modo. Questo è applicabile anche all’esterno.
Avete incontrato delle difficoltà?
Alcune difficoltà riguardano il mantenersi in piedi, perché finanziare un progetto del genere non è facile. Bisogna spesso partecipare a bandi, cercare di avere dei finanziamenti. Quando si parla di carcere non è che tutti ti aprano le porte e combattere il pregiudizio esterno è una parte molto complicata. Ci siamo imbattuti anche noi in commenti critici macchiati da un evidente pregiudizio, ma restiamo convinti dell’importanza di questo lavoro culturale, in cui è importante che ognuno si adoperi. Ciò che noi facciamo è una goccia nel mare.
Quali sono i vostri obiettivi per il futuro?
Allora, la prima cosa che vorremmo fare è diventare veramente regionali. Le città sedi di carcere sono 11 in Emilia Romagna, e sarebbe bello avere un corrispondente da ognuna. Poi, magari, espanderci anche oltre. Questo significa che se noi riuscissimo a donare, attraverso qualche finanziamento, delle radio in DAB (Radiodiffusione Audio Digitale) in Lombardia e Toscana nelle altre carceri, potremmo essere seguiti anche lì e si potrebbe immaginare di fare qualche progetto con altri istituti penitenziari.
Un’altra cosa che vorremmo realizzare è proprio una redazione condivisa che permetta alle persone che possono uscire dal carcere di lavorare con noi. Quindi coloro che sono in articolo 21, che escono la mattina e rientrano di sera, in semilibertà o con altre misure: insomma, cominciare ad avere qualcuno che esca dal carcere con l’idea di rimettersi in pista. Noi vorremmo farlo, però potendo anche pagare: un piccolo dettaglio non trascurabile. E su questo dobbiamo lavorare, ovviamente.
Questo contenuto è stato originariamente pubblicato sulla testata online Agenzia di Stampa Giovanile in data 21 gennaio 2026. La sua ripubblicazione su questa piattaforma avviene nell’ambito di una collaborazione editoriale che prevede la condivisione reciproca di articoli e approfondimenti , nel rispetto dei diritti d’autore e con l’obiettivo di promuovere una più ampia diffusione delle informazioni.



