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La dura realtà nelle carceri italiane


L’incontro ‘Il carcere, mentre noi guardiamo altrove’ nella Comunità ‘Il Samaritano di Arborea’ del 20 agosto organizzato da Propagazioni Festival: da sinistra, Giuliana Adamo, Irene Testa, Monia Melis, Giulia Ciancaglini e Rossana Corrias.
L’incontro ‘Il carcere, mentre noi guardiamo altrove’ nella Comunità ‘Il Samaritano di Arborea’ del 20 agosto organizzato da Propagazioni Festival: da sinistra, Giuliana Adamo, Irene Testa, Monia Melis, Giulia Ciancaglini e Rossana Corrias.

di Emma Biolchini

Secondo l’ultima indagine di Antigone, associazione che si interessa della tutela dei diritti nel sistema penale e penitenziario, il tasso di affollamento delle carceri italiane è in forte e pericolosa crescita. Infatti a fine giugno di quest’anno le persone detenute erano 62.728, numero che però contrasta con l'attuale capienza regolamentare degli istituti, che è di 51.276.

Ma il sovraffollamento - pur essendo un problema gravissimo - non è l’unica tragedia che si sta vivendo all’interno delle carceri, perché bisogna fare i conti anche con la mancanza di strutture idonee, la carenza di personale, la crisi della giustizia minorile e la crescita dei suicidi in carcere. 

Il dibattito sul tema non è più rimandabile, e l’incontro ’In carcere, mentre noi guardiamo altrove’ del Propagazioni Festival (Oristano, Sardegna) dello scorso 19 agosto si è ritenuto indispensabile per tessere la riflessione sull’attuale condizione penitenziaria italiana. 


Non è stato un incontro qualsiasi, con persone qualsiasi, in un posto qualsiasi, ma un momento di forte meditazione in un luogo che ci presenta la realtà nuda e cruda, ossia la Comunità ‘Il Samaritano’ di Arborea, dove ogni anno il festival decide di tenere gli incontri sui temi più delicati, che riguardano in primis la stessa comunità. 


Arrivo alla comunità verso le 17:30, un’ora prima dell’inizio del dibattito, e uno degli operatori, Alessandro, si offre per mostrarci la struttura. La comunità ‘Il Samaritano’ è una Cooperativa Sociale Onlus, nata con lo scopo di favorire l’inserimento lavorativo di detenuti agli arresti domiciliari o semi liberi che vogliono rimettersi in gioco dopo la pena educativa attraverso l’attività agricola. Mentre Alessandro ci mostra la mensa, la cucina e lo spazio ricreativo, ci spiega anche che in quel momento la comunità ospita 6 detenuti, la maggior parte stranieri e molto giovani, qualcuno anche sotto i 20 anni. Riusciamo anche a dare uno sguardo ai campi dove lavorano i ragazzi, ma è troppo tardi, dobbiamo ritrovarci nella sala conferenze per l’inizio dell’incontro. 


Guardo il palco e vedo un convegno tutto al femminile: alla mia sinistra Giuliana Adamo, scrittrice di ‘Dossier educazione e carcere’ e Giulia Ciancaglini, giovane giornalista e scrittrice del libro ‘Io non ho ucciso’. Al loro fianco si trovano anche Rossana Corrias, magistrato di Sorveglianza presso il Tribunale di Nuoro, e Irene Testa, Garante Regionale delle persone private della libertà personale, affiancate dalla moderatrice Monica Melis. 


Il libro ‘Io non ho ucciso’ è lo spunto di partenza del dibattito: tratta delle storie di 7 detenuti che hanno trascorso la loro vita nel carcere di Santo Stefano, e gli errori giudiziari che li hanno coinvolti. Sono storie di uomini semplici, che però si sono ritrovati a passare una vita da ergastolani. Nonostante queste storie risalgono allo scorso millennio, il dilemma sugli errori giudiziari persiste ancora, e dal 1991 al 2024 ci sono stati, in media, 940 casi l’anno. 


La parola passa poi a Irene Testa: “Siamo in uno stato di diritto, e anche le persone private della libertà personale devono poter mantenere i loro diritti, ancora di più nella condizione carceraria”, spiega la Garante. “Un grosso problema è l'opinione pubblica, che non è pronta né preparata, tanto meno informata, per poter comprendere la difficile situazione che stiamo vivendo nelle carceri. Secondo i principi costituzionali, specialmente l’articolo 27, il carcere dovrebbe garantire la riabilitazione e la rieducazione del detenuto, così che non faccia più del male né a se stesso, né agli altri". 

La funzione del carcere viene meno nel momento in cui la struttura decide di punire invece di guarire, e la società non vuole rendersi conto che abbandonare i carcerati vuol dire abbandonare la parte più fragile di se stessa. “Un altro problema"- continua la garante, “è il fatto che molti dei carcerati sono persone malate, persone tossicodipendenti o malate al livello psichiatrico, e finiscono in carcere, luogo che però non li può aiutare.”

L’assenza del supporto psicologico oggi nelle carceri dimostra la sottovalutazione dei problemi di salute mentale e la mancanza di strutture apposite per chi ne soffre. Sempre secondo l’ultimo rapporto di Antigone, il 12% (quindi 6.000 persone) dei detenuti soffre di un problema psichiatrico grave, e gli operatori competenti sono sempre di meno. Anche la magistrata Rossana Corrias ribadisce la mancanza di strutture idonee, mentre quelle presenti hanno una scarsa capienza, in cui è difficile seguire adeguatamente tutte le persone recluse.  


A concludere l’intervento è la dottoressa Giuliana Adamo, che ribadisce un concetto fondamentale di questo incontro: “Oggi il carcere è visto esclusivamente come discarica sociale, e la mancanza di strumenti per gestire i detenuti è il vuoto statale più vergognoso che viviamo”, afferma. “Esistono tante possibilità oggi per cambiare questa situazione, e non basta fare rete, bisogna fare anche il passo successivo, ossia fare alleanze con le istituzioni”, conclude la dottoressa. 


Concluso l’incontro, i ragazzi della comunità si avvicinano alle relatrici per esprimere la loro gratitudine, ma noto specialmente che cercano qualcuno a cui raccontare la loro storia, il loro vissuto, che li ha portati a trovarsi nella comunità. Vedo nei loro volti la riconoscenza per chi sfrutta le sue risorse per organizzare eventi come questo, che per i ragazzi sono fondamentali per vivere a pieno il concetto di comunità. Mi sento quasi commossa nel vedere la loro felicità nell’aver trovato qualcuno che li comprende, li capisce, ma che, in modo particolare, li vede come persone fragili e li vuole aiutare. 

Mentre il pubblico si incammina verso l’uscita, mi alzo e vado a visitare la chiesa della comunità. Nei vetri interni si può leggere una parte del Vangelo di Matteo: “Perchè io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete ospitato, ero malato e mi avete visitato, ero carcerato e siete venuti a trovarmi”. Che si sia fedeli o meno, queste parole ci lasciano tutti un profondo insegnamento: oggi, una volta usciti dal carcere, chi aiuta i detenuti? Chi si assicura del loro benessere, chi li accoglie? Nessuno. Quali possono essere i vantaggi per lo Stato da questa condizione? Nessuno. Aiutare chi oggi si trova in carcere significa assicurare il bene per lui, per noi stessi, e per la comunità tutta. Ma specialmente, significa provare che nonostante tutto il male commesso oggi nel mondo, il bene che in realtà noi possiamo fare è infinitamente più grande.


FONTI


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Le opinioni riportate negli articoli di questo blog non riflettono necessariamente le posizioni ufficali dell’UNICEF ma sono espressione libera dei e delle giovani Bloggers

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